Figli di una politica minore

di Francesco Castellini – Dio è morto, Marx è morto e la politica non si sente tanto bene. Ammettiamolo, siamo lontani dal pathos che ha caratterizzato gli anni della cosiddetta prima Repubblica e distanti mille anni luce dal bipolarismo mondiale della Guerra fredda. Meglio, per certi versi. Eppure, in questa era di omologazione piatta, di muri polverizzati e di ideologie derubricate a pensieri liquidi e vaganti, certe tensioni del pensiero sembrano mancare per lasciare spazio al nulla.
antonio_la_trippa Chi ha come modello l’età della ragione, chi ha beneficiato delle scelte coraggiose di un De Gasperi, del pensiero morale di un Berlinguer, così come della luce di tutti gli altri grandi statisti che hanno reso più grande e migliore il nostro Paese, per precipitare oggi in fondo alla non-democrazia, ha motivo di essere preoccupato.
La tendenza generale è quella di identificare l’esistente con l’orizzonte del possibile da agguantare in fretta, per essere poi travolti e trascinati nel turbinio ellittico degli indignati di professione, generatori di quella rabbia tanto al chilo infarcita di istanze critiche, velenose e miopi, declinate come fossero una giaculatoria sacra, da innalzare sopra tutto a preghiera intoccabile e perfetta.

Siamo dunque giunti dalla Politica con la “P” maiuscola alla politica povera di spirito, sfacciata, presuntuosa e sciatta. Senza pudore. E la cosa che più sconvolge è che emergono solo i parvenù, i più arroganti, che senza decenza alcuna si proclamano statisti, che si sentono in diritto di giudicare e condannare gli altri; per poter amministrare solo loro il pubblico destino. Come fosse cosa facile e ovvia.
Che poi li vai a vedere da vicino e si assomigliano tutti, e con il loro curriculum potrebbero ambire al massimo a improbabili animatori di villaggio.

Un branco di cafoni arrampicatori figli della polverizzazione molecolare del pensiero, di un contesto povero dove i valori autentici sono evaporati come neve al sole. E la politica, intesa come arte nobile, come pratica storico-critica, volta alla trasformazione e alla crescita umana, ha lasciato spazio al simulacro di un sogno corto, che acceca per un attimo classi sociali eterogenee e generazioni sparse.

Negli Stati Uniti, che restano di fatto un modello trainante della società europea, gli intellettuali della politica sono ormai catalogati fra il ciarpame del “puro pensiero critico”, per dir così, disincarnato, annidati nelle Università e nei think tank, affidati paradossalmente al samisdat di ristrette élites senza portavoce e vessillo alcuno.
E va da sé che nel giro di pochi anni anche in Europa e nella provincia italiana si è arrivati a configurare questo scenario desertico e brullo.
Ci si guarda intorno ed è come se l’Europa fosse ricoperta da una caligine grigia che tutto offusca, e i suoi abitanti instupiditi, come caduti in un patologico torpore. Le élite sono rigide, apatiche, asettiche e distanti. E pensare che per tre secoli l’Europa è stata il centro propulsivo del mondo. Una società vasta pervasa da quell’energia collettiva che poi faceva da perfetta cornice agli animi liberi, fino a spingere gli individui migliori a tentare nuove avventure in tutti i campi, nella scienza, nella politica, negli affari, nell’arte.

Poi tutto si spenge. A tal punto che oggi siamo passati al bipolarismo apparente, che in realtà presenta schieramenti contrapposti solo nell’insulto e nell’invettiva, e a una cricca di governanti e aspiranti tali che si confondono col più becero degli “amministratori condominiali”, che al massimo sanno concepire provvedimenti contingenti, destinati a mettere una pezza sulle falle del presente, a spostare un vaso, a rimettere una lampadina, ma incapaci ad individuare scelte e progettazioni “politiche”, disegni lungimiranti, destinati ad offrire un tipo di società migliore ed armonicamente più articolata nelle sue componenti sociali.
Viene in mente Jaques Brell, quella canzone… “Ci vuole del talento per invecchiare senza diventare adulti”.
E oggi di questo talento che si può permettere di bruciare le tappe, di non frequentare maestri e scuole, in politica se ne vede ben poco. Tanti presuntuosi, tanti intrepidi arrampicatori, e per il resto la musica è sempre la stessa: privilegi di una casta solidale, gente che persegue potere e benefit, tanti puntigliosi e sterili quaquaraquà senza arte né parte, incapaci di immaginare e tantomeno costruire un Paese diverso. Col risultato che i poveri aumentano, il disagio giovanile si accentua, la disoccupazione cresce, la disperazione travolge e conduce a preferire la morte di fronte a prospettive di vita senza futuro.

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