Faber, fra vette e abissi

di Cristiana Dominici – Impossibile mancare all’appuntamento con Faber, in anteprima nazionale al cinema nei giorni 23 e 24 gennaio, e che andrà in onda a febbraio su Rai1.
Il biopic di Luca Facchini è una straordinaria opportunità per ricordare o conoscere il cantautore scomparso l’11 febbraio 1999 a soli 59 anni, la “voce di Dio” di Fernanda Pivano che “non doveva andarsene, è stato il più grande poeta che abbiamo mai avuto”.

Luca Marinelli, 33 anni appena compiuti, uno dei più promettenti attori italiani, oltre ad aver vinto il  per “Lo chiamavano Jeeg Robot” e una filmografia di tutto rispetto, ha recitato solo per citarne alcuni in “Tutti i santi giorni per Virzì”, ne “La Grande Bellezza” per Sorrentino, dopo la magistrale interpretazione di Paolo ne “Il Padre di Italia” per Fabio Mollo nel 2017 interpreta il ruolo di Fabrizio de Andrè, sfida non facile, perché per chi lo amato Faber resta inimitabile.

Scena iniziale del biopic, la sera del 27 agosto 1979, “se è uno scherzo è uno scherzo lungo”, quando il cantautore e la compagna Dori Ghezzi furono rapiti dall’anonima sequestri sarda e liberati quattro mesi dopo, al versamento del riscatto, e scelta vincente del regista Luca Facchini, poiché il clamore mediatico successivo al sequestro fece conoscere Faber all’Italia intera.

Poiché 192 minuti non bastano a raccontare il “Principe Libero” il regista mette in risalto la personalità del giovane Faber, con l’intento di farlo conoscere ad un pubblico giovane, e la pellicola potrebbe deludere la generazione di: “E adesso aspetterò domani per avere nostalgia, signora libertà, signorina fantasia, così preziosa come il vino così gratis come la tristezza”. E la tristezza non si coglie nel film, in perfetto equilibrio tra malinconia e ironia. La storia si concentra prevalentemente sull’amicizia del cantautore con Paolo Villaggio, il legame con Luigi Tenco, interpretati da Gianluca Gobbi e Matteo Martari, e i rapporti con le donne della sua vita la prima moglie Puny e il grande amore Dori Ghezzi, rispettivamente Valentina Bellè e Elena Radonicich, e l’eterno conflitto di Faber con il padre Giuseppe, che lo vorrebbe avvocato come il fratello Mauro, o almeno avviarlo allo studio del violino, che dirà di odiare. “Sei tu che pensi che io non sia all’altezza”. Faber sceglierà un altro strumento ad accompagnare i suoi versi, la chitarra. “E’ bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra”, anche se vero strumento vibrante tra le dita di Faber era la penna, e la chitarra un accessorio.

Penna presente in quasi ogni scena e scambi a volte esilaranti tra Paolo Villaggio, al quale dobbiamo l’appellativo “Faber” al cantautore (non a caso l’azienda più famosa in produzione di matite e penne), l’amico che avrebbe voluto dire all’amico fragile scomparso: “Guarda che ho avuto invidia per la prima volta di un funerale”.
Luca Marinelli non commette l’errore di imitare Faber, ma ne dà una sua rappresentazione, e se in alcune scene, soprattutto quelle in musica la somiglianza fa rabbrividire, il ciuffo che copre l’occhio sinistro, l’onnipresente sigaretta e la bottiglia di whisky, in altre ne dà una sua interpretazione, l’occhio disinvolto e l’accento romano differiscono dallo sguardo malinconico e spesso annebbiato dall’alcol e dall’accento genovese dell’artista.

Magistrali le scene che descrivono il legame con Luigi Tenco, la commozione per il suicidio del gennaio 1967, che ispirò la “preghiera in gennaio”, nella quale chiederà a Dio un posto in Paradiso per i suicidi.

Altro aspetto colto alla perfezione dal regista è la diversità dei rapporti con le donne, la prima moglie Puny e il grande amore Dori, che scelse e continuò a scegliere fino all’ultimo giorno della sua vita. E la scelta non è prerogativa dell’uomo in quanto tale, ma lo è del poeta, che non riesce a prescinderne.
“Capii di aver trovato la persona che poteva condividere le mie vette senza inorridire dei miei abissi”, verso in cui è racchiuso il mistero dell’amore. Figure femminili differenti e contrapposte. Puni che cerca di cambiarlo, nel tentativo fallimentare di far crescere l’eterno adolescente in lui e Dori che comprende, nell’accettazione totale dell’uomo che ama e che li porterà ad una condivisione volta a salvare l’anima, in contatto con la natura e la gente sarda. Descrivere la vita straordinaria di Faber non è facile, ma Luca Facchini riesce a trovare la giusta dimensione, narrando “la direzione ostinata e contraria” di Faber, le fragilità umane di figlio e padre imperfetto, la ribellione agli schemi, la contraddizione insita nell’esibizione alla Bussola di Sergio Bernardini. per un anarchico che non ha mai superato la ritrosia al palcoscenico, la predilezione per gli emarginati gli esclusi e le prostitute da “la canzone di Marinella” resa celebre dall’interpretazione di Mina del 1967 a “Bocca di Rosa”.
Il rapporto con Fernanda Pivano resta solo sullo sfondo, la sigla di “Dietro il processo” programma sulla morte di Pasolini, “Una storia sbagliata”, è mancante, un altro che “non doveva morire”, come disse Faber in un’intervista del 1999. Successo comunque, per il “Principe Libero”, a rischio di rapimento postumo. “In direzione ostinata e contraria sempre” fu verso derubato da uno dei nostri politicanti, in direzione diametralmente opposta di Faber in un post del 28 maggio 2015, e proprio colui che in uno spot elettorale vuole “riaprire le case chiuse e regolamentare la prostituzione”. Chissà quanto l’avrebbe deriso il cantautore delle prostitute, e degli emarginari se fosse ancora vivo.

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