Il Giorno della Memoria

Il 27 gennaio del 1945 le truppe sovietiche varcarono l’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz e attraversando la famigerata e beffarda scritta Il lavoro rende liberi rivelarono al mondo intero l’orrore perpetrato dai nazisti contro il popolo ebraico. Fu grazie alle testimonianze dei sopravvissuti che fu possibile ricostruire i tratti disumani di quell’immane genocidio.

Un’umanità schiacciata e incredula. La Storia stessa sembrò ripiegarsi su se stessa sotto il peso di una responsabilità troppo grande da sopportare, troppo difficile da raccontare.

La Shoah è ancora oggi una ferita aperta, una ferita difficile da rimarginare: sono passati più di 70 anni ma il bisogno di ricordare quei fatti è vivo e forte, perché forte è la voce di chi ha tramandato quelle testimonianze, di chi ha raccontato, di chi ha scritto: Meditate, che questo è stato, ammoniva Primo Levi in Se questo è un uomo.

Qual è il nostro compito, di fronte a tutto questo, oggi?

Il nostro compito non può che essere quello di continuare a testimoniare, di continuare a raccontare, a ricordare, tenendo alta la voce di chi, andandosene, ha affidato a noi le sue parole, la sua testimonianza. L’Archivio dei diari, custode delle tante vite di carta che gli sono state affidate in questi 30 anni, vuole donarvi oggi una di quelle storie.

Per iniziativa delle Nazioni Unite, il 27 gennaio è stato scelto come data simbolo per commemorare tutte le vittime dell’Olocausto. L’Archivio dei diari, unendosi a tutti i popoli del mondo nel Giorno della Memoria, vuole portare la propria testimonianza attraverso il diario della piccola Eugenia Servi, nata nel 1928 in quella che allora veniva definita “la piccola Gerusalemme”: Pitigliano, in provincia di Grosseto. Nel 1943 gli ebrei pitiglianesi e delle zone limitrofe vengono rinchiusi dai fascisti nel campo di concentramento maremmano di Roccatederighi. Da lì, in molti sono condotti verso Fossoli, Carpi, noto crocevia della deportazione in Germania. La famiglia Servi riuscirà a mettersi in salvo, mentre un destino diverso si abbatte su altri detenuti di Roccatederighi: 38 ebrei tra uomini, donne e bambini, 29 stranieri e 9 italiani, non faranno ritorno dai campi di sterminio del Terzo Reich.

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La storia della piccola Eugenia è custodita a Pieve Santo Stefano, insieme ad altre ottomila storie e memorie italiane.

Il diario della piccola Eugenia Servi

«Alla fine di marzo 1944 dal Comando tedesco mandano a chiedere alla S.I.A.T. un autobus e un autista e danno l’ordine di recarsi a Roccatederighi prelevare una parte degli internati – un autobus ne poteva contenere circa un terzo di quanti erano rimasti dopo la nostra uscita – e proseguire, scortato da un militare tedesco, fino a Carpi in provincia di Modena.

Al Campo di Concentramento, per non creare parzialità, si sceglie per ordine alfabetico e tra quelli costretti a partire ci sono tre famiglie di italiani – Cava, Finzi, Ascarelli – e altri stranieri. L’autista quando ritorna ci racconta che il Campo di Carpi è l’anticamera della deportazione in Polonia e – dopo quanto ha visto – si rifiuta di fare altri viaggi. Alla SIAT i sigg. Desideri (sono i responsabili dei trasporti del luogo, Ndr), per difendersi dai tedeschi che tornano a chiedere altri viaggi, si erano preparati un alibi: rispondono che hanno le macchine in riparazione e per essere più credibili, smontano alcuni motori e tengono il servizio pubblico fermo per qualche giorno.

Con l’avvicinarsi del fronte, questa volta siamo più coscienti del pericolo che corriamo; la prossima chiamata per noi, non sarebbe stata per un internamento ma per una deportazione. Per avere, in caso di emergenza, maggiore possibilità di nascondersi, nel mese di maggio andiamo a vivere in campagna. A Piletta, una località a 5 Km. dal paese c’è un grande podere dove vivono quattro famiglie; una di queste ha una camera d’avanzo e ci ospita volentieri.

 

Un violento bombardamento coglie tutti di sorpresa e abbatte il centro di Pitigliano. Il babbo si trovava in viaggio e doveva rientrare, ma per un provvidenziale guasto al camion arriva con qualche ora di ritardo. Quando, arrivando a Pitigliano, vede quale è la situazione, capisce che ce n’è per poco: scarica il camion al Consorzio  e senza avvisare le autorità torna da noi al podere, nasconde il camion sotto un capannone e avverte i contadini: il passaggio delle truppe in ritirata certamente è imprevedibile, però è chiaro che sarà a breve scadenza e che un podere così esposto sulla strada è a rischio, e non solo per noi ebrei.

In meno di 24 ore si provvede a tutto: lo scoglio di tufo sul quale è stato edificato Pitigliano, è tutto traforato di grotte naturali, che servono come stalle e per rimettere il fieno d’inverno. Una grande grotta si trova a pochi passi, sotto il livello stradale e quindi fuori dalla vista di chi transita; viene ripulita, riempita di paglia nuova, e sopra mettiamo i materassi. Si rimedia così il posto per dormire per 35 persone.

Quando sono venuti degli amici ad informarci che le truppe tedesche avevano abbandonato tutta la zona ed erano entrati i partigiani siamo usciti dalla nostra tana e rientrati a Pitigliano, finalmente liberi (Pitigliano viene liberata dalle truppe Alleate l’11 giugno 1944, Ndr).

Al nostro rientro avremmo dovuto trovare un paese in festa ed invece era in lutto: il bombardamento aveva causato più di I00 morti. Alcuni erano di origine pitiglianese ma residenti in città ed erano tornati provvisoriamente perchè si supponeva di essere più al sicuro in una località di campagna.

 

All’avvicinarsi del fronte, i tedeschi non hanno fatto richiesta di un autobus privato per trasferire gli internati, ma si sono presentati al Campo con un camion militare e senza preavviso. Non c’è possibilità di scampo per tutti, ma dato che dovranno fare due viaggi, per il primo non si procede in ordine alfabetico ma questa volta si tiene conto di una diversa situazione: la guerra ormai durerà poco, c’è forse la possibilità di scappare e nascondersi, e allora si considera chi ha più probabilità di salvarsi, e ovviamente sono gli italiani. Se venisse trovato in un podere uno straniero verrebbe riconosciuto con facilità, mentre un italiano non si distingue in quanto ebreo; le campagne sono piene di gente sfollata dalle città, e quindi non avrebbero attirato l’attenzione. Appena partito il camion tedesco con a bordo tutti gli stranieri, il Vescovo va a parlare con il Direttore del Campo e insiste per convincerlo che ormai la guerra è persa; se lascerà uscire gli internati, darà una possibilità di salvezza anche ai militari addetti alla guardia perché anche loro erano soggetti al trasferimento al nord. Suggerisce, inoltre, che il Direttore si nasconda anche lui di persona. Il Direttore accetta.

Il Campo viene sgomberato, le varie famiglie si disperdono fra i contadini del luogo, ormai abituati ad accogliere tutti.

Di tutti i deportati di Roccatederighi non si salverà nessuno».

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