Il Quartetto Jerusalem “riscalda” San Pietro

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Quartetto Jerusalem – Foto Adriano Scognamillo

di Stefano Ragni – «E adesso una musica per il caldo». La voce di Ori Kam, il violista del Quartetto Jerusalem, si è levata rasserenante nel transetto di san Pietro, al termine di un concerto esponenzialmente tra i più intellettuali e “astratti” di questa stagione.

Ma, oltretutto, portava effettivamente un po’ di calore in questa splendida aula benedettina, da noi definita più volte la Betlemme della musica perugina. Anche per il fatto che condivide col racconto evangelico una temperatura raggelante.

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Quartetto Jerusalem – Foto Adriano Scognamillo

Quando siamo entrati ieri sera per il tradizionale concerto degli Amici della Musica di Perugia l’illusorio tepore faceva sperare un pieno godimento del programma disposto da un quartetto d’archi dal nome fatidico e fatale. Progressivamente la lama del freddo si è insinuata sotto giacconi e cappotti ed è stata certamente avvertita anche dagli esecutori ospiti.
E così la musica dell’Adagio del Quartetto Americano di Dvorak, col suo tepore di baita del New England, è planata sul pubblico come una carezza benefica. Soprattutto perché suonata in maniera così angelica da far veramente rivivere gli aromi dei presepi da poco smantellati.

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Quartetto Jerusalem – Foto Adriano Scognamillo

Avere in stagione gli archi del Jerusalem, uno dei complessi più in vista della panoplia del Buitoni-Borletti Trust, ha assicurato alla serata nella basilica benedettina il marchio di una assoluta qualità. È veramente difficile ascoltare un quartetto dal suono così dorato: bastava alzare gli occhi sul grande baldacchino che sovrasta l’altare maggiore per vedere il colore dell’oro in concretezza, lucente e smaltato, distribuito sugli undici labari che lo ornano. Suppellettile colossale, maestosa, che forse è una delle cause della perfetta acustica del tempio sublacense.

I componenti del Jerusalem, che sono ospiti degli Amici della musica da almeno tre ricorrenze, si sono mostrati nelle loro vesti migliori. Sarà forse il suono amalgamante di questa viola eccezionale, sarà la pasta sontuoso del violoncello, sarà anche la concordia dei due violini, con un primo leggio svettante con arcate da virtuoso. Insomma quel che scaturisce da questo complesso è veramente qualcosa di fiabesco: suoni e timbri che sono filamenti preziosi, seta diffusa, carezza da capelli di Sansone, forte, morbida, sinuosa.

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Quartetto Jerusalem – Foto Adriano Scognamillo

Il pubblico dell’associazione li ha seguiti in un programma difficile, da Beethoven a Beethoven, attraverso Bartok. Che è poi il percorso che ha fatto la musica occidentale nella sua acquisizione di modernità.

Apertura col quartetto op. 95, fremente di inquietudini hoffmanniane, un brivido da foresta del Franco cacciatore di Weber, una pulsazione forte e palpitante con cui Beethoven è sembrato interrogarsi egli stesso sul destino della sua stessa vocazione cameristica. La chiusura brusca, che conclude uno dei percorsi più inquietanti del genere, sembra preludere a una necessaria, ulteriore meditazione sul materiale acquisito.

Chi invece sporge la testa sull’abisso della modernità è un Bartok anno 1909, che affronta il suo primo quartetto già col piglio del caposcuola. Dire che tutto il quartettismo novecentesco nasca da questa pagina è forse esagerato, ma non è del tutto sbagliato. I musicisti dello Jerusalem hanno suonato questa complicatissima pagina, trenta minuti di durata, tenendo d’occhio quel che c’era ancora di wagneriano e di “decadente”, esaltando nel contempo le componenti dell’innovazione. Che consistevano in questo sfacciato modo di condurre l’obiettivo sulle formule della musica popolare balcanica. Traendone, ed è questa l’operazione più riuscita di Bartok, quel che c’è di inusitato e di “inaudito” per spezzettarlo, analiticamente, con le stesse modalità con cui operava Beethoven sulla tonalità.

Con la conseguenza che quando siamo tornati al grande di Bonn con il conclusivo quartetto op. 135, il cerchio sembrava chiudersi con una coerenza senza sconti: quel che è di Beethoven, quel che gli compete, gli veniva riconsegnato dalla “modernità” redenta dal suo progetto profeticamente scagliato in avanti di quasi un secolo. Ma forse si tratta di ere geologiche che si avvicendano e ci concatenano secondo la legge hegeliana della “necessità”.

Un concerto da “pensiero forte” che gli Jerusalem hanno saputo condurre, anche nel conclusivo pannello, distribuendo il loro talento esecutivo su una serie di soluzioni che, come nel caso dall’affascinante “Lento assai, cantabile”, hanno rasentato il tono profetico. La proposta del Dvorak fuori programma è calata sul pubblico come una pioggia di petali, quasi inaspettata nel rigore dell’inverno. E così che quel che era stato un percorso veramente difficile anche per gli ascoltatori, si è trasformato in una serata da ricordare a lungo. Con la invidiabile possibilità per ogni socio degli Amici della Musica, di costruirsi un personale archivio di memorie che possono anche rendere più preziosa la dimensione del vivere quotidiano.

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