Vovka Ashkenazy e Giulio Mercati a Solomeo

di Stefano Ragni – Nel pomeriggio di ieri, una domenica infame che ti fa raggiungere il castelletto di Solomeo come se fosse una piccola Wartburg avvolta nella nebbia, al teatro del principe eravamo una trentina. Tutti coraggiosi, ma con lo sguardo al cielo per vedere cosa succedeva con la neve.

La convocazione della stagione dei concerti del teatro Cucinelli prevedeva un appuntamento veramente insolito, ma di un interesse tale che si poteva sfidare il maltempo per ascoltare ed apprezzare.

Vovka Ashkenazy e Giulio Mercati

Il protagonista era in realtà l’harmonium, questo inusuale strumento che si trovava nelle chiese quando l’economia non prevedeva la spesa per un organo a canne. Lo si vede spesso nei film, ambientati nel West e in Australia, suonato da focose signorine che diffondono il Vangelo a suon di musica. Il fatto è che, trattandosi di economizzare sui materiali costruttivi, l’aria, come si sa, viene prodotta dalla buona volontà dei polpacci dei suonatori, impegnati in un raid di dedizione fisica che, a ogni messa suonata, ti fa salire qualche scalino in più verso il Paradiso.

Eppure, nel variegato mondo dei suoni, qualcuno nell’Ottocento ci ha messo le mani per produrre musica d’arte. Con risultati lusinghieri nel caso di Auguste Reinhard che, spegnendosi nel 1912 si guadagnerà il titolo di “papà dell’harmonium”.

Lo strumento, del resto, era stato brevettato nel 1840, a ridosso della creazione dei saxofoni, guadagnandosi subito curiose opere scritte da Franck, da Dvorak, da Bizet, autore di una incredibile Marcia Turca, e da Saint-Saëns. Rossini, in vena di scomunica, lo unì al pianoforte nella Petite Messe Solnnelle, ma quando la si asoclta non se ne accorger nessuno.

Reinhard, che veniva dal mondo feudale dell’antica corte di Anhalt-Bernburg, si appassionò a queste tremule armonie che sembrano, sia detto con tutto rispetto, un musicalissimo gregge belante, Realizzando, per suo gusto, ma anche per un certo tipo di utenza domestica, una serie di trascrizioni per un organico che sa di sposalizio tra il diavolo e l’acqua santa. Legare i filamenti armonici dell’harmonium alle grasse e tronfie sonorità del pianoforte è come infilare fette di medusa in una zuppa di pesce. Chi ci rimette è proprio il pianoforte, spodestato dalla sua ricchezza timbrica e costretto ad appiattirsi sotto l’ansimare del fragile collega.

Eppure le nozze si sono celebrate sotto gli occhi dei busti dei saggi che ornano il teatro Cucinelli, anche loro perplessi di fronte all’amplesso problematico.

Il fatto è che Reinhard sapeva scrivere con intelligenza, ma soprattutto “trascrivere” perché di questo si è trattato. E la posta in palio era nientemeno che Wagner, trascinato in un percorso faticoso, dove un pianista di eccezionale talento come Vovka Ashkenazy ha sillabato, o meglio mormorato le sue architetture, facendosi avvolgere dai fili setosi dell’harmonium che veniva suonato da un illustre competente come Giulio Mercati. Chi voleva sognare ha potuto farlo, perché non un suono in eccesso ha turbato una percorso acustico tutto sotto le righe. Anzi, abbiamo ammirato la misura e la discrezione con cui Vovka, arnese da concerto con orchestre mondiali, si è sottoposto a una disciplina da padre Trappista, timoroso che un solo suo accordo potesse turbare l’adamantino collega.

Quel che è rimasto intatto è il fascino della musica-madre, in particolare i ruoli wagneriani del Parsifal, dei Maestri Cantori, dell’Idillio di Sigfrido, forse la pagina meglio riuscita.

Certo, quando si è voluto concludere con Les Preludes di Liszt si è sfiorato il paradosso, perché quelle folate di vento impetuoso che il grande sognatore romantico prendeva da una poesia ormai dimenticata di Lamartine, sono proprio l’emblema di quel “titanismo” romantico che avrebbe avuto tanti ruoli nella musica tedesca fino al fatale Zarathustra di Strauss.

Fuori programma con una riuscitissima versione delle variazioni di Franck, un uomo che l’incenso lo respirava tutti i giorni, e sapeva di quanti anfratti e angoli oscuri sia ricca una vecchia chiesa cattolica. Ci chiediamo se non sarebbe il caso di riproporre la formula, ascoltandole due Sonate originali che Reinhard scrisse per l’insolita coppia, senza nasconderli dietro il connubio vagamente incestuoso delle trascrizioni. Anche perché il nobile strumento suonato da Mercati è un Debain 1892 che, accarezzato da tali mani, potrebbe suonare anche da solo nella bella chiesa del borgo.

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