Prometeo con Vocatello al Morlacchi

di Stefano Ragni – Cinque giovani pieni di talento per un teatro Morlacchi in tumulto per l’entusiasmo. E un sesto, anche lui giovane, classe 1978, che premia una convincente scelta del direttore Batisti.

Era da tempo che non si sentiva agli Amici della Musica di Perugia una pagina sinceramente moderna e contemporanea, e la scelta di individuare nel perugino Marco Momi un personaggio di tutto rispetto della attuale ricerca acustica è stata corroborata dall’ascolto di una pagina per molti versi affascinante.

Venerdì sera, in tempi di smantellamento per la stagione di concerti che ormai volge al termine, – ed è un peccato – i musicisti convocati nel Civico del Verzaro erano tra quanto di meglio si può pescare oggi in Italia.

Il Quartetto d’archi Prometeo si fregia della fiducia di Sciarrino, il che è garanzia somma di eccellenza. Li abbiamo sentiti più volte al festival delle Nazioni di Città di Castello inanellare le alchimie del sommo musicista che ha scelto la città tifernate per arricchire la sua ispirazione. E se c’era un complesso all’altezza di un impegno con le nuove forme di produzione sonora, i giovani quartettisti, Rovighi, Campagnari, Piva e Dillon, erano i personaggi giusti. La particolare miscela era arricchita dall’arruolamento di una pianista semplicemente esplosiva, la napoletana Mariangela Vacatello, perugina per matrimonio, ternana per sede professionale.

Molti dei presenti al Morlacchi erano consapevoli dell’importanza di presentare, sotto le vesti un normale concerto di stagione, una partitura che esce da una delle migliori istituzioni musicali internazionali, l’Ircam di Parigi. E non si apprezzerà mai abbastanza la scelta di Marco Momi, alla fine dei suoi studi al Morlacchi, di abbandonare i lari cittadini per immergersi in una prolungata sessione di maturazione e di riflessione nell’istituzione che fu fortemente voluta da Pierre Boulez, il vate del connubio tra scienze matematiche e musica. L’opposto delle lamentazioni di Allevi di Piovani e di Einaudi. Quel che esce dall’Ircam è il suono dello spazio siderale, della tecnologia, dell’innovazione. E se oggi l’Italia può vantarsi di aver mandato recentemente due suoi cittadini a folleggiare tra gi astri, ebbene Momi è tra questi argonauti del nuovo, dell’inaudito, del profetico.

Valendosi della collaborazione con un esperto della computer-musica come Serge Lemounton, Marco ha compilato una lunga elaborazione, quasi trenta minuti, su cosa può accadere quando i microfoni entrano dentro gli strumenti, sui legni degli archi e nella cordiera del pianoforte, E’vero, si faceva già negli anni ’80, Luigi Nono docet, ma oggi siamo molto più avanti, Il pezzo di Momi, dal titolo ermetico “Unrisen” che può voler dire “non sorto” o anche “non risorto” può forse ricordarci cosa pensava Nietzsche a proposito del “terzo orecchio”.

Il fatto è che la partitura, forse un po’ troppo lunga, era comunque semplicemente affascinante. Il mormorio diffuso degli archi, resi sibilanti dalla diffusione acustica che li rendeva dotati di corde vocali bioniche, diffondeva in teatro una sorta di brusio da guerre stellari, un gregoriano da Odissea nello spazio. Il pianoforte, trasformato in una gigantesca tastiera di preistoriche selci, sussultava in irosi contrappunti, quasi un richiamo terreno a cosa realmente siamo. Il suono elettronico, iniettato nelle aride vene di lagni e corde, li ha resi per il breve spazio della serata qualcosa di vibrante, pulsante come l’orrida immagine di un “buco nero”, un vortice che trascina scienza, intelletto ed emozioni. Complimenti all’autore e agli esecutori, impegnati in un gioco di corrispondenze crudeli nella loro lapidarietà, paradigmatiche di un “come saremo” se sopravviveremo.

Non era facile contornare questa complessa realizzazione di Momi, ma la Sonata Patetica di Beethoven posta ad apertura di serata, proprio non c’entrava niente. Nonostante la forbita spazzolata a cui l’ha sottoposta la bravissima Vacatello.

Per chi aveva superato lo Scilla-Cariddi di Momi c’è stato poi il Quintetto di Dvorak, il secondo, l’opera 81. Sarà l’Orso-Yoghi del secondo romanticismo, ma il musicista boemo che si è affacciato nel Novecento sotto i mantello di un Brahms dei poveri, è pur sempre qualcosa di seducente. Soprattutto quando a sollecitarlo sulla tastiera è questa indiavolata Vacatello, mente nobile di un florilegio strumentale forbitissimo, con punte di virtuosismo, come nel Furiant, dove la collaborazione pianoforte-archi era semplicemente “estrema”.

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