Il meraviglioso Sestetto Stradivari al Cucinelli

di Stefano Ragni – Solomeo, piccolo angolo di bellezza dove i cipressi innestati in ogni dove inneggiano alla Toscana rinascimentale, è stata ancora una volta il luogo della rievocazione dell’antica favola pitagorica. È avvenuto domenica pomeriggio nell’ambito nel teatro “della ragione” dove si svolge la più parte della stagione di concerti promossi dalla Fondazione Cucinelli.

In pedana una formidabile formazione d’archi, il Sestetto Stradivari, nome fatale che raccoglie altrettanti strumentisti della prestigiosa Accademia di Santa Cecilia. Se si va in giro con tanto nome e tanta etichetta c’è da essere certi che la qualità è altissima.

In programma i due massicci sestetti di Brahms, un percorso arduo e impegnativo più per gli ascoltatori, forse che non per gli esecutori.

Si sa, infatti, che l’adozione di una tecnica di scrittura densa di temi che scaturiscono l’uno dall’altro e si inanellano con una serrata logica combinatoria, mette a prova la capacità di seguire sviluppi che si avviluppano come rigogliose grottesche tenute insieme solo dalla consapevolezza di un autore che non ha mai nascosto il suo amore per la complessità.

Tutto questo avviene ancor più in una formazione dalla timbrica univoca, dove le uniche maglie aperte sono quelle affidate a una seconda viola che, ogni tanto, ha qualche battuta d’aspetto.

A proposito del primo sestetto, l’op. 18, Brahms stesso avrebbe certamente affermato che, per lui, era qualcosa di leggero, di spumeggiante. Tale è il tema, che respira di natura e di primavera. Un quadro fragrante e rigoglioso che, appena entrano i violoncelli, ampiamente magadizzanti, assume subito il turgore di un organismo acustico pulsante di grandiosità. Quando il discorso è avviato ci si rende conto di quanto siano bravi gli strumentisti ceciliani, caldi nel suono, polposi nell’impasto, fluidi nella discorsività. Si entra grazie al loro magistero in un luogo di incantesimi e di scoperte, e si accetta senza riserve questo continuo sgorgare di motivi che si inseguono e si innervano in molti rivoli, senza mai perdere l’identità di ciò a cui appartengono. In mezzo c’è di tutto: gli archi procedono ora uniti, ora in opposizione, si frammentano in due nuclei, i violoncelli con le viole, e dall’altra parte i violini con una viola sola. Poi ci sono i contrappunti a sei parti reali, uno spettro per i fautori della musica a programma dell’epoca, una semplice tabellina del tre per Brahms

Ma alla fine, anche Mahler, uno dei più accaniti avveniristi, dovette ammettere che questo sestetto era proprio delizioso. Condizione condivisa dagli ascoltatori di ieri pomeriggio che, alla fine, hanno condiviso la purissima serenità del un sorriso con cui gli archi ceciliani hanno firmato la loro esecuzione.

Ricordiamoli, prima di passare alla seconda parte: erano David Romano, Marlène Prodigo, la non dimenticata violinista perugina, Raffaele Mallozzi e David Bursack alle viole, e i violoncellisti Diego Romano e Sara Gentile. Stanno insieme dal 2001 e hanno portato i sestetti di Brahms in giro per il mondo, recentemente anche in Cina.

Già, perché il concerto nel teatrino del principe, aveva un seguito. Che era la seconda valva di questo conchiglione brahmsiano, ovvero il secondo sestetto, quello siglato con l’opera 36. Evidentemente l’autore ci aveva preso gusto, anche perché misurava sempre più strettamente la sua distanza dalla temutissima forma della sinfonia.

Saranno pannelli preparatori, ma ormai l’amburghese ci calcava la mano con gusto.

Accolto con autentica “costernazione” dai critici musicali viennesi fautori della musica wagneriana, questo secondo pezzone per sei archi è ancor più pitagorico del primo, se possibile. Contiene anche l’enunciato del nome di una ragazza amata dal musicista e da lui ripudiata senza apparente motivo. Forse ci ha guadagnato la fanciulla, tale Agathe. Se c’è il rimorso di un amore non consumato, è nel fremito dei tremoli che accompagnano il tema. Noi ci possiamo godere il frutto di elucubrazioni combinatorie che rasentano il vertice della genialità in un movimento lento, un “Poco adagio” che è un capolavoro di variazioni, snodate senza enfasi programmatica, ma con una acribia associativa e dissociativa che è da manuale delle perversioni borgesiane. Anche nello “Scherzo” Brahms si prende il gusto di stupire tutti, invertendo la successione pacato- concitato con un Trio semplicemente elettrico. Ma, al di là della tecnica, si afferma anche in questo grande lavoro la capacità di Brahms di commuovere anche attraverso la complessità. Prendendosi gioco dei “programmi” ad effetto, e confermando la convinzione che la grande musica è poi quella che si specchia su se stessa. Come un teorema pitagoreo, appunto.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...