Coro lirico dell’Umbria al teatro Sant’Angelo

di Stefano Ragni – Quando la città non ti offre spazi istituzionali per il teatro lirico, te lo vai a cercare dove puoi e come puoi. Sembra essere questa la filosofia con cui un complesso vocale di ottimo spessore, come il coro lirico dell’Umbria,  ha voluto cucirsi addosso un luogo e un’occasione.

È così che venerdì sera nel minuscolo spazio del teatro Sant’Angelo, luogo vocato nella storia perugina alle esperienze  educative e formative dei padri salesiani, il coro lirico dell’Umbria, una manciata di ragazzi e ragazze in età, ha deciso di riprodurre, in piccolo, quel che si potrebbe , in grande, realizzare nei due teatri cittadini, solo che ci fosse la volontà politica  e l’impegno istituzionale.

Il coro si conosce per le frequenti presenze nella stagione del Lirico Sperimentale di Spoleto: si sono fatti sempre onore, e hanno dato il meglio della loro vocazione.

Ma lavorare una quindicina di giorni all’anno non soddisfa chi la passione se la porta nel cuore. Ed ecco quindi una mini-stagione di opere, distillate nella misura in cui gli sponsor, il primo dei quali  sembra essere Lamberto Losani cashmere, hanno la possibilità di elargire quanto occorre per mettere su una pedana e un efficace parco luci. Il resto ce lo mettono  la passione dei cantori e la disponibilità di belle voci a farsi carico di uno spettacolo dignitoso, emozionante nella misura in cui accarezza i capolavori, entusiasmante quando capita, come venerdì, una manciata di cantanti di grande rilievo.

La risposta del pubblico è stata semplicemente positiva, con coda al botteghino e il pensiero che, forse, con una replica, si sarebbe potuto soddisfare anche qualcun altro.

Ottima la scelta di un’opera che si può realizzare in forma cameristica. La Cavalleria Rusticana è un successo intramontabile che si può anche ripiegare e metterselo in tasca, se si sceglie una dimensione narrativa  brusca e agile.

L’importante, ovvio, sono le voci.

E qui si è trattato di scegliere tra il meglio, quando  Santuzza è stata affidata alla consumata esperienza di Paola Stafficci, e la si è contornata  di un tenore come Davide Sotgiu, sempre al meglio delle sue possibilità, del baritono  Andrea Sari, del mezzosoprano Rosalba Petranizzi e  della giovane  Viola Sofia Nisio. Chi si ricorda, anni e anni or sono, di una Cavalleria al Morlacchi, ai tempi dell’impresario Ganbetta, – e sembra di essere ancora nella Perugia Belle Epoque –  avrà ancora viva la brutalità con cui un ancora gigantesco Mario del Monaco, strapazzò tutti con la sua forza vocale e scenica. Dire che Sotgiu è stato un Turiddu elegantissimo non fa torto a una visione interpretativa letteralmente “cavalleresca”, quasi un Don Giovanni mozartiano. Si questo parametro di rarefazione si sono mossi gli altri protagonisti, mai soverchiati dalla volgarità del testo, neanche quando, nell’Intermezzo, irrorato da una luce rossastra, il baritono Sari si è letteralmente mangiato le mani nell’imminenza  di un immancabile femminicidio, dirottato poi sul malcapitato e improvvido rivale. Se non ci fosse stato quel brindisi e quell’invito a bere insieme, compari Alfio se la sarebbe presa con la propria sposa e non con quello sprovveduto di “cocco di mamma”, vagabondo e in cerca del reddito di cittadinanza come sono oggi non pochi giovanotti.

Tra le pagine da segnalare sono ovviamente i duetti che hanno avuto per baricentro Paola Stafficci. La cantante di Cerqueto, reduce da una Tosca cantata al Bellini Catania non si è tolta i panni dell’eroina pucciniana, e non ha  ceduto alle lusinghe dell’urlo mascagnano.

In un contesto dove ha dominato la lettura preziosa, il coro lirico, che rispondeva al gesto funzionale di Alessandro Nisio, ha presentato le armi al cast dei protagonisti, ricavandosi un successo personale, particolarmente convincente nella scena  della messa di Pasqua. Il giovane pianista Ettore Chiurulla, alla tastiera elettronica, supportato, ove occorreva anche da Nisio, ha sostenuto sulle sue spalle il peso di tutta la serata, con esiti più che positivi.

Pubblico sedotto, come da una nostalgia di ciò che mai si posseduto, una inimmaginabile stagione lirica cittadina. I costi, si sa, sono quello che sono. Ci ha accarezzato tutti l’apparato luci di Christian Sorci, assecondando la progettualità di CineGatti e della cantina Berioli, rispettivamente promotori e partners della serata.

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