Coro di Monteluce in cattedrale

di Stefano Ragni – Cinquanta anni di vita associativa, passati insieme, per cantare.

Un coro che ha attraversato mezzo secolo quello della parrocchia di Monteluce che con la solidità umana e artistica che lo rende coeso ha operato quello che don Luigi Giussani avrebbe definito “un atto di civiltà cristiana”.Ma, come si sa, attualmente la artistica chiesa che prime di altre, in città, vede il sorgere del sole, ha problemi di staticità, e quindi è inagibile. E poi la ricorrenza è troppo importante per circoscriverla al pur operoso e denso quartiere: tanto pubblico nell’antico tempio non ci sarebbe entrato. Di qui la scelta di farsi ospitare in Cattedrale, dove la presenza del cardinale Bassetti e del canonico Sciurpa garantisce anche il tono della solennità.

Dopo il breve discorso del parroco, don Nicola Allevi, il coro di Monteluce si  è schierato ieri sera  sullo spazio dell’altare maggiore,  col corredo piuttosto gradito degli strumentisti della Orchestra Giovanile dell’AGiMus, una creazione di rilievo messa insieme da Salvatore Silivestro, presidente nazionale dell’istituzione, che firma una realizzazione a cui tiene molto.

Infatti fu Silivestro, appunto cinquant’anni fa, a prendere in mano il coro, quando era ancora studente dei corsi del Conservatorio. Col sostegno di don Luciano Tinarelli, un vero don Sturzo della comunità, il coro divenne il polo di aggregazione di una dimensione umana e profonda dell’essere cristiani. Don Luciano ha testimoniato con fervore apostolico e Silivestro ha celebrato in musica  l’epifania del divino.

Il tutto in una dimensione di cordialità terrena e di affetti duraturi, resi in evidenza dalla partecipazione al concerto di tre generazioni di musicisti che sono cresciuti in parrocchia: il soprano Marinella Pennicchi, il soprano che da anni opera al Verdi di Milano, il baritono Mauro Borgioni che è presente su ogni palcoscenico lirico dove si canti con raffinatezza, e il giovane Leonardo Cherri, studente di fisica alla Sapienza di Roma, un pianista rampante e prorompente.

Accostare il vecchio coro alla giovanile AGiMus è poi un’operazione che sembra voler saldare il passato con un presente che guarda al futuro. Silivestro è perfettamente consapevole  di come oggi sia difficile fare il mestiere di musicista, e questa piccola orchestra sembra poter rispondere alla richiesta di quel riconoscimento professionale che le istituzioni, oberate da tutt’altri problemi, non possono garantire.

Il concerto, naturalmente , era sui toni del ricordo e della commemorazione: Silivestro ha voluto in parte ricostruire  uno dei primi concerti del coro, se non andiamo errati impaginato nei lontanissimi anni Sessanta. E con commovente dedizione ha rispolverato alcune pagine della Passione secondo Giovanni di Bach, musiche che alcuni cantori ricordano ancora per averla intonata da ragazzi. Nel corale finale Borgioni, che aveva rivestito il ruolo  di Cristo, interpolato dagli interventi dello Storicus, il tenore Davide Sotgiu, legge i nomi dei tanti coristi che non ci sono più, una sorta di ricordo in un segno della memoria concorde. “Hach Herr”, canta il coro mentre ogni citazione ha un volto, da quelli più lontani dell’avvocato Cutini e dell’ingegnere Lana all’immagine serena e sorridente di Prospero Feliciani.

Appartengono al passato anche le tre pagine che Silivestro armonizzò in quegli anni: “Io credo risorgerò”, “La pace dei Santi” e “In memoria aeterna”, modulato sul coro degli Spiriti Beati di Gluck.

A metà del concerto, l’attuale direttore del coro, Francesco Mancino, sale sul podio per dirigere tre numeri, Bartolucci, Mozart e il coinvolgente “Signore delle cime” di de Masi, il canto con cui ogni alpinista saluta il compagno scomparso.

Borgioni si prende la prevedibile fetta di applausi nella “Vergine Maria” di Lopez, dialogata a distanza con Cherri seduto all’organo.

Dopo un “Laudate Dominum” infiorato dalla voce di Marinella Pennicchi e dal violino di Sayako Obori, il concerto procede alla fine con l’Alleluja di Haendel.

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