Il professor Cesare Fiore con il suo libro scopre “L’occhio dell’artista”

Duecento pittori dalla fine del ’400 ai giorni nostri, recensiti da chi l’occhio umano lo conosce bene.
Il professor Cesare Fiore, ordinario di Oculistica della Università degli Studi di Perugia e direttore fino al 2010 della struttura complessa di Oculistica, da appassionato e conoscitore delle arti figurative ha voluto cimentarsi in un lavoro letterario che lo ha impegnato per oltre tre anni.
Un volume che analizza le opere di grandi pittori di cui è stata documentata una malattia degli occhi, per evidenziare la grandezza dell’artista nonostante la precarietà della funzione visiva.

Il libro, “L’occhio dell’artista – Una lettura oftalmologica della storia dell’arte”, edito dalla Volumnia editrice (254 pagine, con 230 illustrazioni di opere custodite nelle più grandi Pinacoteche del mondo) è stato presentato sabato 28 aprile nella sala dei Notari di palazzo dei Priori a Perugia.

A discutere i contenuti dell’opera, nell’incontro moderato dalla presidente del Fai Umbria Nives Maria Tei, sono stati insieme al professor Fiore, Mario Belluccidella Volumnia editrice, Umberto Senin, professore emerito dell’Università degli Studi di Perugia, e Luca Delogu, storico dell’arte. Presente, inoltre, l’assessore alla cultura del Comune di Perugia Maria Teresa Severini.

“Per quanto mi consta – ha detto il professor Fiore – in Italia non esiste una pubblicazione che analizza le alterazioni visive degli artisti e le ricadute sulle loro opere. Ho voluto evidenziare le qualità di chi ha reagito in modo sorprendentemente positivo di fronte a patologie spesso invalidanti”. “Ho svolto un lavoro di ricerca attingendo a un’ampia letteratura presente nelle biblioteche di mezza Italia – ha aggiunto il professor Fiore –, partendo da un testo della seconda metà del XVI secolo di Giorgio Vasari, ‘Le Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori’, che ha rappresentato il faro del mio cammino. Le ricerche mi hanno consentito, tra l’altro, di sfatare alcune leggende riguardanti la miopia degli impressionisti o l’astigmatismo di El Greco”.

“È un libro di grande interesse – ha commentato Mario Bellucci – per i contenuti, per la profondità dello studio che l’autore ha svolto, come professionista e accademico nel ramo oculistico, nel settore dell’arte pittorica. È un lavoro che ha richiesto anni di impegno e approfondimenti notevoli, il risultato lo giudicheranno i lettori ma certamente è appassionante”. L’autore è stato in grado di documentare che artisti famosi anche presso il grande pubblico hanno realizzato autentici capolavori adattandosi alla loro patologia visiva con l’utilizzo di accorgimenti e tecniche per compensare il deficit funzionale, in epoche in cui le terapie erano assenti oppure agli albori. I casi di Degas e Monet sono emblematici della capacità degli artisti di reagire all’handicap visivo.

“Degas già in età giovanile – ricorda l’autore del volume – era costretto a dipingere in ambienti ristretti e con poca luce a causa di una malattia degenerativa progressiva della retina, che solo verso la metà dell’800 è diventata osservabile da parte degli oculisti. Quanto a Monet, affetto da una cataratta, responsabile oltre che di una diminuzione della capacità visiva anche di una alterazione della percezione dei colori, ricorreva a un accorgimento originale: invitava i suoi collaboratori a posizionare i colori sulla tavolozza sempre con lo stesso ordine, permettendo così al maestro di individuare più facilmente quelli da utilizzare. Le opere degli ultimi anni di Monet sono considerate precorritrici dell’arte astratta”.

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