Le Quattro Stagioni di Vivaldi nelle corde di Uto Ughi

di Stefano Ragni – Sotto un cielo plumbeo che si tratteneva dallo scaricare l’acqua sulla folla che si assiepava davanti all’ingresso della Sala della Pace di Cascia si è svolto ancora una volta uno dei riti di propiziazione del progetto “Omaggio all’Umbria”.

Ieri pomeriggio il pollice verde di Laura Musella, ideatrice e sovrintendente del festival, ha dato vita ad un incontro con una delle tarde icone della grande musica italiana. A settant’anni suonati Uto Ughi si è mostrato di nuovo capace di far delirare un pubblico straripante, in gran parte ignaro di usi e costumi del concerto di musica classica, ma in possesso di una carica di entusiasmo così manifesto da travalicare tutti i confini dei generi. E se la grande musica colpisce, col conforto degli applausi che hanno scansionato praticamente ogni movimento delle Quattro Stagioni di Vivaldi, vuol dire che l’obiettivo è stato raggiunto.

Se si trattava di ridare gioia e solidarietà ad una delle città coinvolte nel martirio del terremoto, ebbene l’operazione è riuscita e ogni ascoltatore, provveduto o sprovveduto che fosse, si è portato a casa, nel cuore, il suo piccolo pezzetto di verità

E di questo si trattava, quando Laura Musella, all’inizio del concerto, ha preso il microfono per ringraziare, tra gli altri, chi ha maggiormente reso possibile questo concerto, il presidente dell’Assemblea Regionale dell’Umbria, Donatella Porzi, presente con convinzione e partecipazione all’evento. Che poi fosse in sala anche un vecchio amico di Omaggio all’Umbria, il consigliere di minoranza Claudio Ricci, sottolinea come il mondo politico sia concorde nell’offrire alle popolazioni ancora a disagio il conforto della grande musica. Sarà un palliativo, ma fa tanto bene all’anima e allo spirito.

Vivaldi, dunque, ancora una volta, come tanti anni fa al pian grande di Castelluccio, nelle mani di Ughi e dei suoi formidabili Filarmonici di Roma. Capaci di una pazienza infinita, e di una capacità senza confini nell’assecondare capricci e sviste di un musicista che non è più l’efebico giovanotto di cinquant’anni or sono, ma che, nel suo disperato sforzo di cavar fuori dal violino l’anima del suono, mostra ancora quella disposizione magica alla stravaganza creatrice e al disordine evocativo.

Con quel continuo soffrire sulle corde dei suoi violini, che sia il Guarnieri o sia lo straordinario Stradivari che suonò dinanzi a Beethoven, Ughi cerca ancora di strappare dalle corde il segreto della bellezza, un’interrogazione faustiana che lo dilania e lo prostra. Fino al momento in cui, quando sembra soccombere, scocca la scintilla “divina” e il musicista sofferente entra in uno stato di esaltazione: il pubblico lo sente più con lo stomaco che con le orecchie, lo percepisce e capisce di amare in maniera straordinaria quanto artista che ha scelto di rimanere “antico” perché antica è la sua professione di fede. Non è un caso che prima dell’inizio del concerto padre Bernardino, il rettore della basilica ritiana, abbia voluto ricordare la figura dell’unico dottore della Chiesa che volle scrivere di musica. Non è sorprendente che un padre eremitano citi sant’Agostino e il suo “De musica”, sei libri vergai nelle prealpi lombarde nel quarto secolo, quando gli ariani erano alle porte di Milano e il santo vescovo Ambrogio incitava i suoi seguaci con inni da cantarsi come grida di guerra. Quando non ci saranno più guerre, forse, non ci sarà più bisogno di musica, ma nell’attesa, sembrava voler dire padre Bernardino, solo la bellezza può crearci un diaframma fra l’attesa e la speranza.

Con questa convinzione molti di noi hanno sopportato ancora una volta le manifestazioni dell’Uto-Ughi-pensiero, una sorta di poemetto con cui il violinista lombardo indica le figure rappresentative che innervano uno dei più popolari cicli di musica di tutti i tempi. Accenna, Ughi, al canto degli uccelli, al mormorare dei ruscelli, all’infuriare della pioggia e del tuono. Ma una gran parte di coloro che ascoltano non ne sanno niente e bevono ogni parola. E rimangono stupiti da come i Filarmonici, a ogni motto di Ughi, facciano letteralmente suonare il mondo naturale, rendendosi oguno partecipe di un gioco di rimandi e di allusioni che trasforma la grande sala in un mondo di incantesimi acustici. Il resto ce lo mette la musica di Vivaldi, un Made in Italy che vale più di tutta la bilancia commerciale italiana.

Alla fine delle Quattro Stagioni Ughi, palesemente disturbato da un pubblico che non rispettava tutti i parametri dell’ordinato ascolto concertistico, ha voluto ritrovare lo smalto virtuosistico nei fuori programma che è solito concedere e che sembra lui stesso desiderare. Ed ecco ancora la Ridda di Bazzini, un funambolico correre sulle corde che lo fa fremere sin da quando era ragazzo, e poi un Oblivion di Piazzolla che sembra essere il frutto della maturità. Ora l’atmosfera degenera. Tutti in piedi, come se fossimo dalla De Filippi, e tutti con il telefonino in mano a filmare e fotografare.

E questi sono i nostri tempi. Filmare per credere di esserci stati veramente.

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