Lavorare nel pubblico impiego nuoce gravemente alla salute

di Francesco Castellini – In Umbria i dipendenti del pubblico impiego sono 50mila, su circa 340mila lavoratori. Vale a dire il 14 per cento della forza lavoro. L’analisi territoriale evidenzia situazioni molto diversificate.
Il record spetta alla Valle d’Aosta, (Regione a statuto speciale) con il 21,78% di dipendenti pubblici in rapporto al numero dei lavoratori occupati (più di 1 su 5). Subito dietro si colloca la Calabria, con il 21,58% degli occupati che vengono retribuiti con denaro pubblico. Più in generale, in cima a questa classifica compaiono tutte le regioni del Mezzogiorno, con un’incidenza dell’impiego pubblico di gran lunga superiore alla media nazionale: Sicilia (21,11%), Sardegna (19,96%), Molise (19,37%), Basilicata (19,36%), Campania (18,54%) e Puglia (17,94%). L’Umbria, come detto è stazionaria al 14%. In coda due regioni del Nord: il Veneto
(10,96%) e la Lombardia (9,71%). E letta con un’altra ottica, l’analisi ha il potere di una denuncia. Come viene scritto nel rapporto: «L’utilizzo del pubblico impiego come strumento di sostegno economico si è trasformato in una forma di sussistenza, che guarda caso ben si sposa con la logica politica di spartizione di posti lavoro legati al pacchetto di voti che essi producono in cambio».
E allora non è un caso che le province più povere hanno più addetti. Se a questo poi si aggiunge il fatto che svolgere il compito di pubblico impiegato (soprattutto in Umbria) nuoce gravemente alla salute, la questione acquista pieghe per certi versi inquietanti. E’ un dato di fatto: l’Umbria è tra le regioni dove i dipendenti pubblici si ammalano di più, con le assenze per malattia aumentate in un solo biennio del 20 per cento, contro il dato medio nazionale che è pari all’11,9 per cento.
A sancirlo è il rapporto dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che ha analizzato i dati dell’Inps. Secondo lo studio effettuato il Cuore Verde d’Italia, insieme al Molise, è la realtà in cui sono più cresciute le assenze per motivi di salute nel pubblico impiego. Nel solo anno 2015 sono stati prodotti prodotti 87mila del settore pubblico, contro i 141mila certificati del settore privato.
“E’ evidente – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – che non abbiamo alcun elemento per affermare che dietro questi numeri si nascondano forme più o meno velate di assenteismo. Tuttavia qualche sospetto c’è”.
Ma si badi bene, in queste statistiche non sono riportate le assenze riferite alla gravidanza, alle disposizioni previste dalla legge n° 104/1992 (assistenza disabili) e alla donazione del sangue. “Se fosse stato possibile includere anche le assenze ascrivibili alle fattispecie appena elencate – dichiara il Segretario della Cgia Renato Mason – probabilmente lo scarto tra pubblico e privato sarebbe aumentato notevolmente, facendo impennare il numero di quelle ascrivibili ai dipendenti pubblici”.
A questo punto sorgono legittime almeno due domande: Perché un lavoratore del settore privato può perdere il proprio lavoro mentre quello pubblico, no? Quale logica e quale principio di uguaglianza si cela dietro a tutto questo? Di certo possiamo appassionarci al dibattito sull’art. 18 o ad altri temi in materia di lavoro, ma anche questi citati sono argomenti ancora tabù di giustizia sociale che quanto prima ci decideremo ad affrontare, tanto prima consentiranno di sbloccare, nel settore pubblico come in quello privato, lavoro vero e socialmente responsabile.

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