Deruta, lo Stabat Mater di Rossini a San Francesco

di Stefano Ragni – È iniziato ieri pomeriggio il festival rossiniano promosso dalla scuola di musica Girolamo da Diruta e sostenuto dall’amministrazione comunale e da un gruppo di generosi contribuenti.

L’avvio è stato tra i più ambiziosi e tra i più prestigiosi che si potesse realizzare, ricorrendo alla consumata esperienza di un coro ospite, l’Accademia degli Unisoni diretta da Leonardo Lollini. Formazione vocale e direttore non sono nuovi ad esperienze di notevoli dimensioni come le letture dalla Missa di Bach, del Dixit Dominus di Haendel, del Requiem Tedesco di Brahms. Tutte versioni affrontate con competenza e portate a compimento con vera soddisfazione.

Coro non abbondante, ma ben istruito e sorretto da una competenza direttoriale tra le più rare nella regione, gli Unisoni non si spaventano dunque a solleticare i grandi affreschi corali e trattandosi quest’anno dei centocinquanta dalla morte di Rossini, il traguardo da superare era il gigantesco Stabat Mater, l’affresco religioso con cui il pesarese, nel 1837, segnava il suo addio al paese natale. Una data che, soprattutto, tracciava un solco insuperabile tra la sua professione di musicista di successo e la sindrome depressiva che avrebbe devastato per oltre venti anni, il suo corpo e la sua mente. Non c’è alcuna stanchezza dell’affrontare una produzione dai contorni monumentali, anche perché non c’è consapevolezza del baratro che si sta aprendo. Rossini ricorre alla magia della sua ispirazione e attinge alle esperienze precedenti, la fantasmagorica Messa di Gloria di Napoli, il Mosè del San Carlo e il poderoso pronunciamento politico e storico del Guglielmo Tell.

Emigrano nella partitura mariana molte cose delle passata esperienze teatrali come il clamoroso “Cujus animam”, intonato da un tenore che si agita come un eroe da teatro dei pupi e si alza sulle punte per agguantare l’acuto finale. E ci sono le reminiscenze pergolesiane del duetto femminile “Quis est homo”, prima che i due soprani si prendano cura di due pagine come il “Fac ut portem” e l’“Inflammatus”, che sono dorate pale di altare con le sante icone.

Ma tutto era partito dalla sequenza iniziale, l’arcaico strazio della Vergine, dolore umano tra gli umani, con quella strascicata melodia che sale dal basso, lo sguardo della Madre rivolto verso l’alto, e la risposta del Figlio crocefisso, gli accordi di settima che cadono verso il basso, il Cristo che contempla Colei che gli ha dato la vita e ora l’assiste nell’umanissimo trapasso.

La religiosità popolare dello Stabat, che forse vanta arcaiche origini umbre nell’ambito dei Servi di Maria, nell’esperienza umana di Rossini si è caricato del vissuto di uomo concreto, devoto nella maniera in cui allora lo erano in molti, disponibile ad offrire a quello che è forse l’espressione del massimo dolore cristiano, ciò che di meglio possedeva, ovvero la sua capacità di produrre grande musica.

In questa chiave vanno lette certe riflessioni che il Romano Pontefice Benedetto XVI, uno dei pochi Papi dotato di sensibilità musicale, ha scritto a proposito di questo Stabat: “Quella di Rossini è una religiosità che esprime una ricca gamma di sentimenti di fronte ai misteri di Cristo con una forte tensione emotiva” (Discorsi, 5.5, 11).

L’esecuzione in san Francesco si è valsa del sostegno timbrico di una versione stesa nel 1879 da Lemmnens: pianoforte e harmonium associati in una combinazione che tiene il luogo di archi e fiati con una risposta piuttosto funzionale.

E’ così che Lollini si è valso della collaborazione di due pianisti, Paola Ceccarelli e Carlo Segoloni, e di Roberto Santocchi all’harmonium. Molto giovani e comunque validi i solisti di canto, Letizia Pellegrino e Francesca Lisetto, Tommaso Costarelli e Daniel Bastos.

Dopo aver percorso le scintillanti ed euforiche arie, già l’austero quartetto a cappella, “Quando corpus”, ha riportato l’atmosfera verso quella esperienza del dolore che è il cuore dello Stabat: la citazione dell’incipit iniziale, qualcosa che sembra imparentarsi con la scena delle tenebre del Mosè, prelude al rabbioso scatto finale dell’ “In sempiterna saecula”, percorso dagli Unisoni con vero smalto vocale. Quello che ha fatto scrivere Benedetto XVI di “senso dell’eternità”.

Pubblico raccolto che occupava ogni spazio disponibile, applauso entusiastico e convinta partecipazione che si rinnoverà certamente nelle quattro tappe celebrative che il direttore artistico Segoloni ha disposto per il festival rossiniano, una proposta per ora unica nel suo genere nella regione. Prossimi appuntamento per il 20 maggio e il primo giugno, indi conclusione, il 3, sempre qui a san Francesco, con la Petite Messe Solennelle. Stavolta col coro Girolamo da Diruta. Difficile fare di più in una piccola città.

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