Siamo tutti figli… del Grande Fratello

di Adriano Marinensi – Il primo Statuto regionale dell’Umbria, all’art. 8, affermava: “La Regione riconosce nel suo patrimonio storico, archeologico, artistico e paesistico, un preminente contributo ai valori della civiltà ed un aspetto inalienabile della cultura regionale”.
Il riconoscimento della cultura, come connotato essenziale della politica, venne codificato dalla politica stessa. Doveva essere usata la cultura per qualificare l’azione del nuovo soggetto nato dalle urne, nel 1970.
A quell’epoca, credemmo in molti nella funzione, oserei dire rivoluzionaria, dell’Ente regione ed alla sua capacità di ammodernare la democrazia locale. Lo pensammo capace di “mischiare” cultura sociale al metodo amministrativo, per rafforzare l’opera di tute le forze attive presenti sul territorio.

C’era da far maturare il seme del dinamismo che sa combattere le forme burocratiche ed accrescere l’efficienza dell’impegno operativo.
Le attese purtroppo sono andate, almeno in parte, deluse. La vicenda regionalista si è incamminata su altre strade, anzi su altri sentieri angusti e la bandiera del rinnovamento è scesa quasi a mezz’asta.
Di questo approdo ingiusto dobbiamo prendere atto e rilanciare, con convinzione, il cosiddetto “modo nuovo di fare politica”, elevando la qualità dell’azione che deriva dal suo livello culturale. Per conseguire il risultato occorre una spinta matura, cosciente, responsabile. Che non nasce e cresce da sola, ma ha bisogno del sostegno di una classe dirigente disancorata dalle logiche partitiche e dal tornaconto elettorale. Insomma, per dirla con una espressione di bassa lega, una politica che dia del tu alla cultura.
La linfa sta, in buona parte, nella maturità democratica degli elettori e nella loro capacità di scelta di uomini e progetti. Sembra un cerchio che ruota su se stesso ed è invece il metodo per attivare una operazione partecipativa su vasta scala. Forse così sarà ancora possibile recuperare lo spirito autentico del regionalismo, pensato come volano di spinta per una progettualità e una programmazione di ampio respiro, persino verso maggiori confini geografici. Con i principi culturali a fare da sentinelle in difesa dei valori nobili che solo il sistema democratico può garantire.

Scrive il sociologo (ed Amico) Franco Ferrarotti nel suo saggio La parola e l’immagine“Finite le grandi ideologie globali, resta purtroppo la pappagorgia”.
Par di capire, proprio la politica scompagnata dalla cultura, la politica senza un saldo retroterra storico. Vorrei aggiungere la politica mistificante. Per esempio, il “vaffanculismo” (chiedo scusa per il termine volgare, però di questo si tratta) che si mette la cravatta e l’abito scuro e punta al potere; oppure il “separatismo nordista” che voltagabbana e diventa salvatore della patria intera.
Tutto in quattro e quattr’otto. Perché non c’è alcun patrimonio culturale e sociale da difendere, da tutelare nel suo significato di sostegno etico e garanzia di credibilità. Per di più si tratta di “corpi culturalmente estranei” rispetto ai costumi, alle tradizioni, allo stile di vita del popolo umbro. I loro leader si atteggiano ad uomini di Stato, offendendo la memoria di coloro che trassero il Paese da sotto le macerie e lo avviarono verso il progresso civile e democratico.
Purtroppo, il panorama politico nazionale oggi offre poche eccellenze e molte mediocrità. Quelli che operano in primo piano si sono avvitati in un gioco di prestigio con il rischio di mettere in discussione la credibilità dell’Italia nel contesto internazionale e la nostra economia al rischio di assalti speculativi da parte dei mercati finanziari.

Nel moderno sistema globalizzato, c’è un altro protagonista che ha rilievo nell’evoluzione sociale ed avrebbe urgente bisogno del pronto soccorso culturale: il mondo dell’informazione per immagini. Che dal basso dei suoi grandi interessi finisce per orientare l’opinione pubblica, a prescindere da ogni e qualsiasi funzione non rientrante nell’indice d’ascolto, utile per dare profitto alle entrate pubblicitarie.
Sono gli “imperi elettronici”, così li chiama (e li dissacra) Ferrarotti. Il quale aggiunge: “Esiste una dipendenza da questi mezzi, quasi fossero una droga. Esistono lo spreco di tempo e l’investimento di energia, fisica e mentale, che essi richiedono”.
Emerge la figura del telespettatore, sempre silente, estraniato da ogni proprio pensiero, perché coinvolto nelle sollecitazioni mediatiche, non di rado costruite con artifizio.

E’ il ruolo che svolge quotidianamente la Tv, il convitato di pietra, introdottosi a tempo pieno e subdolamente, nelle nostre case, manipolatore della nostra quotidianità, ladro di indebite attenzioni. Indebolisce le menti in quanto troppo spesso sorpreso in esibizioni da avanspettacolo sciatto e di infimo ordine. Se volete qualche archetipo a dimostrazione, posso indicare Il grande fratello, L’isola dei famosi, La prova del cuoco etc, etc, etc. Sarei tentato di aggiungere pure quei salotti pieni zeppi di insulso chiacchiericcio. Sono tutti portatori di immagini vuote, però ipnotiche, che generano “un diffuso senso di rimbambimento”.
Poi la guerra tra le testate, per branchi, come nella Savana. E’ l’acultura fatta spettacolo che purtroppo suscita irrazionali morbosità. Sono gli ascolti di questa strana fiera dell’anestesia cerebrale a sbalordire e preoccupare, essendo l’incarnazione del raziocinio esausto. Far riferimento a siffatto tipo di comunicazione e, ad un tempo, parlare di cultura, di promozione culturale, diventa sacrilegio. Siamo all’imperio prevaricante dell’immagine che “coinvolge al di la di ogni costruzione intellettuale”.
Spesso, il teleutente, porge l’orecchio senza ascoltare, la dote del raziocinio quasi spenta. Questi teledipendenti a prescindere (dal contenuto delle trasmissioni), Ferrarotti li chiama “i nuovi schiavi dell’icona”, che è possibile accomunare – io credo – ai fanatici del cellulare, del tablet, del computer e di tutte le altre diavolerie messe in commercio, a semplice scopo di lucro, dai giganti della tecnologia sempre più avanzata e rincorsa nell’acquisto.

In moltissime case, il piccolo schermo somiglia, per indebita sacralità, ad un mio ricordo d’infanzia: il lume ad olio acceso in tante dimore contadine, sopra la credenza della cucina, dinnanzi ad una sacra effige, contornata devotamente dalle piccole foto dei familiari scomparsi. Lasciar spegnere quella fiammella, era considerata negligenza peccaminosa. Nel credo televisivo moderno, forse la stessa offesa pensa di recare il teleutente. L’assuefazione dilagante (e nefasta) alla suddetta forma maniacale di impiego del tempo libero, mette in mora lo spirito critico (che non ha nulla a vedere con la contestazione come opinione scomposta), indispensabile elemento per partecipare alle scelte della politica. La disabitudine alla riflessione può recare danno alla democrazia, al confronto democratico e dequalificare l’apporto di idee che il titolare del potere, cioè il popolo – attraverso le sue diverse forme organizzate – deve offrire quale contributo allo sviluppo della comunità.
Al pari della politica, questo metodo di gestire ed usare i mezzi di informazione e di spettacolo per immagini, ha urgente bisogno di una riqualificazione culturale.

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