Coro svedese nella chiesa di Sant’Antonio

di Stefano Ragni – Una trasparenza che era anche spiritualità. Il concerto del coro svedese Salvia, venti donne in polifonia, è stato, a detta del presidente AGiMus Salvatore Silivestro uno dei più belli di questo inizio di stagione. Ieri pomeriggio nella elegante chiesa perugina di Sant’Antonio, ora più che mai scrigno di memorie artistiche cittadine, una formazione corale di Stoccolma ha portato il soffio del Baltico, una combinazione di eleganza vocale, di lucentezza, e di incisività, con un repertorio di rarissima suggestione.

La rassegna Musica dal Mondo ha scelto questa veneranda aula sacra definendone le antiche coordinate storiche che vanno dalla edificazione in età di Federico Hohenstaufen, all’insediamento medievale dei canonici regolari di s. Anrtonio Abate, all’arrivo dei padri benedettini rimasti nel tempio del borgo fino al 1831. Poi la destinazione a parrocchia e infine la decadenza, sino al momento in cui l’infaticabile opera dei coniugi Becchetti, Eugenio e Rosalba, e il massiccio intervento dell’associazione culturale Borgo s. Antonio e Porta Pesa, hanno fatto pendere la bilancia verso un funzionale e dignitoso recupero di una chiesa che continua ad essere officiata, ma che è anche diventata custode di testimonianze artistiche di rilievo, dall’organo Mattioli, prezioso reperto del 1600 integralmente recuperato da Becchetti, agli affreschi di Dottori, al mastodontico s. Antonio abate in scanno, opera lignea tra le più rare del Rinascimento umbro.

Reciproca sorpresa, dunque: delle vocaliste svedesi per la sontuosità del luogo che le ospitava, del pubblico per trovarsi di fronte a una proposta di bellezza irripetibile.

Il coro Salvia prende il nome dell’erba aromatica e ne vuole riprodurre i benefici effetti, cantando musiche rasserenanti, avvolte in un’aura mistica che riproduce musiche dallo spessore umano e consolatorio. Una scelta che necessita di un’accurata preparazione vocale e di indirizzi interpretativi modulati su raffinati spessori vocali.

E’ così che valendosi di una timbricità solenne le venti signore svedesi hanno risposto al cenno direttoriale di due conduttrici, Anna Cederberg-Orreteg e Lena Uggla, partecipi alle esecuzioni anche come cantanti. L’unico momento in cui Anna Cederberg-Orreteg si è posta dinanzi al coro per dirigere dal leggio è stato quando veniva eseguita la sua Missa Brevis, con un Gloria pulsante di ritmicità e un Agnus Dei che vaporosi spessori dinamici che avvolgevano la chiesa di rifrazioni dall’evocatività arcaica.

Se il coro ha chiaro intento di ricreare nelle sue esibizioni un autentico benessere terapeutico, come è poi nelle specializzazioni professionali delle due conduttrici, donne impegnate nel mondo dell’educazione scolastica, è anche vero che il risultato è quello di aver creato una atmosfera mistico-meditativa che ha sfiorato il registro della sacralità. In un’ora scarsa di esecuzione, si è creato intorno alle canterine baltiche uno spessore impalpabile di copresenza all’ascolto, trascinando gli spettatori dentro un vortice di partecipazione sensibile. Cosa che accade raramente davanti a un coro, caratterizzato oltretutto da una vocalità univoca come quella esclusivamente femminile. Tra i pezzi di autori certi come Bo Linde. Maurice Duruflé e Karin Renhqvist, Franz Biebl, erano presenti in abbondanza le elaborazioni realizzati da Anna Cederberg su un vasto repertorio di origine popolare. Titoli suggestivi come

Il giglio sul prato”, “Non temere l’oscurità”, “Qualcuno ti tiene la mano”, “La sera si avvicina” e il conclusivo “Arriva il tempo della fioritura”, tradizione inno di ingresso alla bella stagione che per gli svedesi è un’acquisizione difficile e sofferta.

Difficile per tutti distaccarsi dal coro, tenuto in pedana da prolungati applausi e costretto a un fuori programma insperato. Infatti si trattava di una elaborazione di una lauda cortonese, “Amore come il mare”, modulata dalla Cederberg su una sillabazione tintinnante, con una sezione improvvisativa risolta dalla svedesi con estro giubilante. Al momento del congedo era presente in tutti gli ascoltatori la sensazione di aver partecipato a una ritualità vocale di un mondo incantato. Le stesse vocaliste, in abito bianco e pantaloni, alludevano a una veste sacerdotale da antico rito pagano, quelle cerimonie in cui i popoli del settentrione cercavano il favore e la benevolenza di una natura dura, immersa per mesi nel ghiaccio. In tal senso va anche valutata la rievocazione di un antichissimo richiamo di animali, il”Kulning”, qualcosa che viene dai tempi remoti delle rune e dei Vichinghi. Serviva per far tornare gli animali nelle stalle, ma, ascoltandolo, nelle sue risonanze acutissime, è un autentico segnale ancestrale di comunione con il mondo naturale.

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