Deruta, chiusura delle celebrazioni rossiniane domenica 3 giugno

di Stefano Ragni – Un mese intenso quello realizzato da Carlo Segoloni per la sua Deruta. Si è iniziato ai primi di maggio con un sontuoso Stabat Mater e si chiuderà domenica sera con la Petite Messe Solennelle. Il massimo che si possa realizzare con mezzi finanziari più che ristretti e con formazioni corali amatoriali operanti nel territorio, l’Accademia degli Unisoni di Perugia per lo Stabat e la locale Girolamo da Diruta per la Messa.

Per lo Stabat, diretto da Leonardo Lollini, lo stesso Segoloni e Paola Ceccarelli si erano alternati al pianoforte in una efficace versione ottocentesca desunta dall’orchestra.

«Realizzare una versione del capolavoro della maturità rossiniana, una pagina emblematica come la Messa – dichiara Segoloni – è stato uno sforzo che ha coinvolto per mesi i componenti di una corale che vive ed opera nel comprensorio cittadino. Per cantori non professionali porsi di fronte alle fughe e ai contrappunti che caratterizzano tutta la parte corale del pezzo è stato un impegno più che considerevole che crediamo di aver assolto nel migliore dei modi».

Parole vereconde e modeste che fanno onore a tutti, ma che non devono nascondere il livello di crescita a cui si è sottoposta una corale che risponde ai gesti e alle indicazioni di un maestro che opera con eccezionale scrupolo professionale, confidando nella pazienza e nell’entusiasmo dei suoi collaboratori. Alla ventina di componenti del coro si aggiungono le voci dei solisti che sono quelle di Paola Stafficci, reduce da una fortunata “Cavalleria rusticana”, Francesca Lisetto, Simone Giannoni e Alessandro Avona. All’harmonium un esecutore di eccezione come Angiolo Silvio Rosati.

Nel concerto, che avrà inizio alle ore 18 nella chiesa di San Francesco a Deruta, si potrà ritrovare quello spirito originario con cui Rossini, nel 1864, volle propiziarsi un personale approccio al Paradiso, esplicitato dalla dedica apposta all’Agnus Dei, una incredibile dedica “al Buon Dio”, foriera di una misericordia chiesa con un sorriso e un autentico motto di spirito:

«Ero nato per l’opera buffa e Tu lo sai bene. Poca scienza, un poco di cuore, tutto qua».

Un po’ poco per coprire di un mantello di simpatica ironia quello che è un traguardo storico nel repertorio sacro: far suonare in maniera “religiosa” il pianoforte, strumento che a tutto è destinato, meno che alla chiesa.

In effetti Rossini, quando ultimò la sua partitura la destinò nel 1864 a una esecuzione in forma privata nella cappella del palazzo del conte Pillet-Will, uno dei banchieri con le cui consulenze il pesarese seppe diventare uno degli uomini più ricchi d’Europa. Ora in quell’epoca c’era un Franz Liszt che stava riversando sulla tastiera del pianoforte una miriade di dolciastre pagine dai titoli religiosi, nella sua ansia di diventare il musicista di riferimento della cristianità, e forse anche il maestro della Cappella Sistina. Glielo avevano fatto credere, in particolare il cardinale Antonelli, quello delle Stragi di Perugia. Aggiogare al carro vaticano uno degli esponenti più “libertini” dell’Europa romantica era un vanto di non poco conto.

Ma per Rossini si trattava di una scelta di una intelligenza obiettivamente presente a se stessa e alle caratteristiche di un musicista nato dalla Rivoluzione Francese nelle Marche del Papa-re, sfuggito miracolosamente alla leva militare napoleonica, e proiettato dal suo ingegno sul palcoscenico del teatro lirico internazionale.

Prodotto del suo lavoro e della sua disciplina creativa Rossini non si faceva illusioni sui valori morali della civiltà e sulla destinazione della sua musica. Qualcosa di talmente astrale che finì per essere destinato alle intelligenza più raffinate della sua contemporaneità. Se sapeva qualcosa della biografia che gli aveva confezionato Stendhal ignorava i pronunciamenti a suo favore espressi dal un filosofo come Hegel. Come certamente gli erano del tutto inattingibili le elaborazioni teoretiche di Schopenhauer, che assimilava la sua melodia alla pura “volontà”.

Corrosivo fino al punto di indicare che nel coro ci devono essere e voci dei tre sessi, uomini, donne e castrati, Rossini si prende gioco anche di se stesso e stende la mano al Creatore per un michelangiolesco approccio che con mezzi minimi, dodici cantori un pianoforte e un harmonium che si interroga sull’aldilà.

“Allegro cristiano” si legge in una delle indicazioni apposte alla partitura.

E si chiede cosa sia, nell’Agnus Dei finale, vero inno alla grandezza della fragilità umana , quell’affannoso ribattere ritmico del pianoforte, quasi un bussare alla porta di un mondo sconosciuto, temuto, ma affrontato con la dignità del porsi ultimo fra gli ultimi, tra i pellegrini dell’estremo viaggio.

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