Carlo Segoloni ha diretto “La Petite Messe” di Rossini

di Stefano Ragni – Domenica pomeriggio, nella chiesa di San Francesco a Deruta, le voci maschili erano tutte con un fiocchetto realizzato in ceramica, colori alterni dal rosso al verde, al giallo, per ricordare, se occorresse, dove siamo. Le donne, il nero, sfoggiavano gioielli analoghi.

Anche questo è stato un moto di orgoglio per ricordare con quanta serietà la Corale Girolamo da Diruta che si fregia del nome storico del musicista derutese ancora oggi analizzato in tutto il mondo per i suoi trattati teorici, si sia posta dinanzi allo studio e alla realizzazione di un capolavoro della letteratura religiosa.

Per una formazione amatoriale che non supera i venticinque cantori si è trattato indubbiamente di uno sforzo senza confronti, soprattutto considerando che la Petite Messe Solennelle di Rossini è uno dei pezzi più eseguiti e più apprezzati in questa ricorrenza celebrativa che ricorda i 150 anni della nascita del pesarese.

La pazienza e la tenacia con cui Carlo Segoloni ha saputo far studiare il suo coro, infondendo non solo l’entusiasmo necessario, ma modulando le molte problematiche vocali presenti nella partitura su un tappeto di soluzioni possibili e realizzabili hanno avuto ragione dei molto fugati di cui è composta la partitura. Anche se poi le difficoltà maggiori sono sembrate quelle legate ai momenti “a cappella”, dove il coro canta nella sua nudità, scivolando su cromatismi di cui Rossini ha voluto rivestire questa sua pagina estrema.

Era destinata a una formazione di dodici cantori dei “tre sessi”, come dichiarò esplicitamente l’autore nella sua dedica: poca scienza e molto “cuore”, per sottolineare il suo approccio all’estremo viaggio verso l’al di là. Una precauzione in più per un uomo che aveva fatto del teatro comico la ragione del suo intramontabile successo. Quando, sulla pagina dell’Agnus Dei, Rossini vorrà ulteriormente precisare che questa sua opera è veramente dedicata al Buon Dio, esprimendosi per iscritto in quella che era diventata la sua lingua, il francese, il pesarese sembra voler confermare lo spirito corrosivo di una Messa che già dal titolo si configura paradossale: piccola, ma solenne.

Tutti i numeri dell’Ordinarium si sono snodati come un bellissimo racconto cantato davanti al pubblico che ha occupato ogni spazio della chiesa di San Francesco. Un’ora e mezzo di tensione affrontata dai cantori con incredibile tenuta esecutiva. Segoloni, ha diretto con una fluidità magistrale, sorreggendo la formazione con una elasticità degna delle cause migliori. Ma soprattutto la sua lettura è sembrata voler tener conto di una profondità che ha scavato nell’umanità di un musicista che ha voluto adottare la sua visione di un al di là pieno di dubbi, ma affrontato con la religiosità di cui, nell’Italia antica le mamme sapevano rivestire l’educazione dei figli. Tanta ironia, sarcasmo e tante capriole intellettuali in queste problematiche pagine vocali che si susseguono con ritmi implacabili. Ma, nel finale, un Agnus Dei che è un abbandono estatico, fiducioso, affettuoso, dove la ragione lascia lo spazio alla commozione.

Applausi per tutti, dall’organista Angiolo Silvio Rosati, ai solisti di canto, Paola Stafficci, Francesca Lisetto, Simone Giannoni e Alessandro Avona.

Al termine di un cartellone rossiniano che si era aperto con lo Stabat Mater dell’Accademia degli Unisoni ed è proseguito con concerti da camera e conferenze, il contributo alla celebrazioni rossiniane è stato tra i più generosi tra quelli dei cartelloni regionali. Un mese intenso, intervallato dal pomeriggio dedicato al premio “Una vita da maestro” che ha visto presente nella piazza dei Consoli Giuliano Giubilei accolto dall’orchestra regionale giovanile Nicola Rossi della Fondazione Sant’Anna e da un solista di eccezione, Gabriele Mirabassi.

Per una piccola città difficile realizzare di più.

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