Cinque ore di attesa al Pronto Soccorso

di Francesco Castellini – “Avviso ai codici verdi: lasciate ogni speranza voi ch’entrate”. La scritta andrebbe posta bene in vista all’ingresso del Pronto Soccorso dell’ospedale di Perugia. Sarà che l’organico è numericamente carente, sarà una questione di mala-organizzazione, sta di fatto che in questo posto si registra un quotidiano sovraffollamento, con tanto di gravissimi disagi per molti pazienti e per il risicato personale medico e infermieristico che vi opera.

20180516_182424E pensare che in fondo per molti il primo impatto con la sanità pubblica passa proprio da lì. E va da sé che il “biglietto da visita” non è di quelli più incoraggianti.
Ma che idea ci si può fare quando si approda, non certo per propria scelta, in questa struttura che invece di “accogliere”, per molti “pazienti” che vi approdano, sembra proprio essere concepita per “respingere”?
Sì, la prima fase sembra promettente. C’è uno sportello che permette di comunicare con l’infermiere. È lui a prendere nota dei vari malesseri e problemi fisici che si lamentano, per poi, come un moderno Caronte, decidere a quale fascia assegnare l’ospite da traghettare all’interno.
20180516_195524Il codice rosso è quello che non conosce attese. Per il fatto di stare lì ad un passo da un possibile fatale declino, viene subito fagocitato dalla struttura. Il giallo è ancora un colore “favorevole”. Vuol dire che stai fra color che son sospesi, ma per il fatto di non essere ad immediato rischio di vita, puoi comunque vantare il diritto di passare avanti agli altri.
Gli altri sono i marcati col codice verde, la maggioranza; e ultimi della triste lista, i codici bianchi, sciagurati, miserabili, infelici, che solo per il fatto di non poter vantare nulla di serio, vengono declassati all’ultimo posto. Che in altre parole vuol dire: “quando ci ricordiamo di te vedremo cosa possiamo fare”.

20180516_195513E in questo bailamme senza controllo i “verdi” passano in media, se tutto va bene, dalle 4 alle 5 ore prima di essere “serviti”. Una maledizione. Peraltro aggravata dal fatto che lo sala d’attesa è angusta, una ventina di posti a sedere, sparse qua e là delle sedie a rotelle e a fare da parete la porta scorrevole, che si apre e si chiude in continuazione, lasciando entrare aria fredda e quant’altro.
E così questo contenitore di ansia e sofferenza diventa a volte un teatrino del dolore e della follia. Qui, nell’attesa di essere curati, guardando con trepidazione il monitor che fa galleggiare il proprio numero senza mai dare certezze, avviene un po’ di tutto.
Lamenti, ingiurie, e anche qualche contrasto diretto fra gli astanti esasperati. L’altra sera è arrivato un tizio dell’Est, che rivolgendosi ad una povera signora parcheggiata da ore sulla sedia a rotelle, le ha puntato il dito addosso minacciandola: «Io avere pistola, tu non sei grave, devo passare prima io».
Altre due signore se ne sono andate a casa esasperate e dolenti. Ad un certo punto un turista italiano ha perso la pazienza e ha strillato “nella mia città queste cose non accadono!”. L’addetto al triage non ha potuto che ribadire la realtà dei fatti: “carenza di personale”.
Uno straniero, dopo tante, troppe ore di attesa, ha chiesto guardando uno a uno tutti i presenti: “It’s normal?!”.
Finché ad un certo punto tutti i “verdi” hanno cominciato a applaudire ogni volta che uno di loro entrava in reparto per farsi visitare. Ci si indigna, ci si arrabbia a volte, ma poi si affrontano le difficoltà all’italiana maniera: con un pizzico di stizza e di ironia. Rimpiangendo anche un po’ il vecchio Pronto Soccorso di Monteluce, dove non c’era davvero tutto questo casino, si arrivava, si veniva visitati in fretta ed eventualmente subito smistati nei reparti di riferimento. Ma si sa, non smorza la rabbia il doversi ripetere “si stava meglio quando si stava peggio”.

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