Orchestra Giovanile di Leeds per Omaggio all’Umbria

di Stefano Ragni – Novanta ragazzi, tutti dai quattordici ai diciotto anni compongono la City of Leeds Youth Orchestra.
Come dire coerenza assoluta per il progetto di Omaggio all’Umbria che ha tra i suoi scopi anche la valorizzazione dei giovani talenti musicali.
A Montefalco la chiesa di  Sant’Agostino era letteralmente piena ieri sera, e quando è arrivata la senatrice  Donatella Tesei coi suoi ospiti si è creato un momento di panico per il veloce reperimenti di altre sedie.
Ma alle nove e dieci in punto il concerto è cominciato con una delle più roventi pagine del repertorio verdiano, la sinfonia dalla Forza del destino. La forza e l’elasticità con cui i ragazzi inglesi hanno affrontato questa pur impegnativa musica ci ha reso subito partecipi di una bellissima avventura musicale. Difficile trovare, tra le tante orchestra giovanili, un amalgama tanto compatto, irradiato in una flessibilità archi-fiati  di consolidata sicurezza.  Oltretutto, colpita dall’impatto degli ottoni, grancassa e timpani,  l’acustica della chiesa agostiniana, intarsiata da un’abside con archetti di notevole eleganza, ha dimostrato non solo di saper resistere a tromboni e tube, ma anche di essere in grado di selezionare i timbri irradiandoli con una manifesta funzionalità.

Tutto a posto dunque per procedere  all’interno di un programma che il direttore Dougle Scarfe, impeccabile in una giacca scintillante nero-cobra, conduceva con un gesto da persona ragionevole, consapevole del fatto di aver davanti ai leggii dei ragazzi ancora in formazione.
Molto affabile infatti la sua conduzione di due movimenti del Concerto per ottavino di Vivaldi suonati con evidente disinvoltura da un giovane Ewan Smith. Un pulviscolo iridescente di cinguettii del flautino ha avuto per risposta una affabile carezza degli archi creando un momento di particolare eleganza.

Poi, con brusco scarto di repertorio, una colonna sonora di John Williams, l’Inno ai caduti (Hymn to the Fallen) del film “Salvate il soldato Ryan”. Si può storcere il naso, ma la musica è piuttosto bella e piace ai ragazzi che la suonano, coinvolti in un percorso familiare e in piena aspettativa con la loro età. Ma anche chi ascolta  se la gode, e in un concerto estivo un po’ di rilassamento non guasta. Complice il particolare orientamento didattico che certamente guidava le scelte del direttore Scarfe ecco poi presentarsi una suite dalla Bohème. I migliori temi pucciniani ci sono tutti, e affidarli alla stesura puramente orchestrale non scalfisce le tenerezze di Mimì e la brillantezza di Musetta. Manca l’elasticità che si può realizzare solo coi cantanti, ma se lo scopo era di entusiasmare il pubblico, il salto con cui Laura Musella  si è avventata su Scarfe per abbracciarlo testimonia l’efficacia del messaggio.

Ribadito, se ce ne fosse bisogno dall’intermezzo della Cavalleria Rusticana, tormentone di ogni sessione sinfonico-divulgativa.
Per fortuna c’è l’impennata finale col grande repertorio, con una Francesca da Rimini di Ĉaikovskij  che è una vera tempesta sonora. I ragazzi, pur sorretti con una accorta scansione del direttore si sono trovati nel magma di un impasto orchestrale tra i più turgidi del tardo romanticismo. C’è il vento infernale, ci sono le parole di Dante, c’è il “Nessun maggior dolore” della Francesca da Polenta, c’è la stasi del ricordo di un dolore antico per un amore mai rinnegato. Amore eterno che turbina nell’uragano infernale e cade sui banchi di scuola dei licei, nella speranza che qualcuno non dimentichi questo personaggio tra i più belli della storia medievale italiana.
Grande Ĉaikovskij a corredare le memorie dei suoi tanti viaggi in Italia con questa partiture che per chi la suona equivale a un esame di maturità, con quegli ottoni che suonano una delle perorazioni meglio organizzate nella evoluzione dell’orchestrazione e gli archi che suonano sempre “in levare”, per ribadire tutto l’affanno della scena dantesca.

Con Sant’Agostino infiammato dall’entusiasmo il pubblico si vede cadere addosso ben tre fuori programma. Il primo è una vera sorpresa, quando i giovani britannici appoggiano gli strumenti sulle sedie e, fogli alla mano, si mettono a cantare in polifonia un “Luceat” del compatriota Elgar. La musica è stupenda, ma la riflessione è che ci chiediamo quante orchestre internazionali, a partire dalle nostre, siano in grado  di cantare alla fine di un concerto.
Poi l’intermezzo della Manon Lescaut reso in tutta la sua turgidezza.
Infine, col pubblico che continua a rumoreggiare, un John Williams del Pirata dei Caraibi. Alle ultime battute i ragazzi di mettono a suonare in piedi. Difficile chiedere di più, anche perché in piazza ci sono già i due autobus pronti per la prossima destinazione. E si pensi che la sera precedente la giovanile di Leeds aveva suonato al Duomo di Orvieto in un programma praticamente diverso.

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