Marciano della Chiana, serata conclusiva del sesto Festival di Musica Antica

di Stefano Ragni – Ancora ieri sera nella sala della torre di Marciano, nell’Aretino, per la serata conclusiva del sesto Festival di Musica Antica che, nelle sue tre giornate di svolgimento, ha visto una preponderante presenza di complessi del territorio perugino e assisano.
Per l’occasione si trattava di assaporare il particolare suono dell’ensemble Orientis Partibus, una formazione assisana nata dalle costole di quel mai abbastanza compianto festival della musica medievale, che alla fine degli anni ’80 rese la città serafica un centro di irradiazione di proposte di altissima qualità. Occasione poi sfumata tra i gorghi del Mortaro grande: se c’è una città che vanta una vocazione medievale e ha i luoghi giusti per esaltarla è proprio il luogo in cui sopravvive ancora il fantasmagorico Kalendimaggio.

IMG-20180724-WA0000Quel che si è ben seminato, comunque, sopravvive ed ecco oggi Orientis Partibus, cinque strumentisti e un cantante, ricordare la tradizione dell’asino biblico, che venne appunto da Oriente, portando il suo carico di incenso e mirra: forse è quello che assistette alla nascita del Bambino e lo riscaldò col suo fiato, prima di farlo salire in groppa per condurlo a Gerusalemme. In mezzo ci sono i trent’anni più misteriosi della storia, ma l’enigma non vale per gli asini.

Animato da uno stupefacente strumentista come Vladimiro Vagnetti che suona il salterio da virtuoso, ma imbocca anche la bombarda e il corno di bue, i musicisti di Orientis Partibus sono Marco Becchetti che impugna viella e ribeca, Valeria Puletti all’arpa gotica e alla viella, Roberto Bisogno al liuto, e Giovanni Brugnami specialista dei flauti.
Per la circostanza la formazione medievale si era unita allo storico gruppo corale Coradini, un presidio culturale della città di Arezzo che festeggia ora i suoi cinquant’anni di vita.  Francesco Coradini fu maestro della Cattedrale di Perugia, prima di trasferirsi nella diocesi aretina dove maturò un magistero compositivo di stampo ceciliano, non senza qualche apertura verso la modernità.
Fondato da Fosco Corti, un nome mitico nel processo di rinascita dello studio e della esecuzione della musica antica, il coro ha oggi come maestro lo stesso Vagnetti, che con questo incarico ha modo di esplicitare  i suoi intensi studi cominciati nel Conservatorio perugino e arricchiti di specifiche esperienze sul settore.

Il repertorio di Orientis e del Coradini era perfettamente tematico: abbracciava un’epoca che va dal secolo in cui Arduino marchese di Ivrea si proclamava re d’Italia e si estendeva fino alla espansione della predicazione francescana. In  mezzo ci sono le guerre tra guelfi e ghibellini, il fiorire delle grandi cattedrali, le calate in Italia degli imperatori germanici, le scorrerie degli Ungari e degli Avari. Tempi duri in cui l’uomo non rinunciava a cantare e si affidava all’ombra protettrice dei monasteri e alle maniche dei grandi abati.
Vagnetti e i suoi hanno assemblato una nutrita serie di pezzi tratti da tre raccolte, il Laudario di Cortona, il codice del monastero di Bobbio e il Livre Vermell di Montserrat, l’ antico insediamento catalano.
Apertosi con il canto paraliturgico “Rallegrati felice città”, il concerto si è immerso nel Laudario cortonese, insigne monumento sonoro in lingua umbra con un “Altissima luce” intonato a flauto e salterio. Con tutto lo strumentale ci siamo poi addentrati nella visione di una processione di monaci che procedevano lungo le navate immerse nell’oscurità invocando “Ave donna santissima” e “Salve Virgo”, un mottetto isoritmico. Chi di voi ricorda la sconvolgente visione del film “L’angelo del settimo sigillo” con cui Bergman  raffigurava l’arrivo dei flagellanti umbri nella lontanissima Svezia delle crociate, sa di che emozione si tratti.

Segue una vera e propria sorpresa, il mottetto “Beata viscera”  firmato da Magister Perotinus. Risale agli splendori della chiesa di Notre Dame di Parigi, quando nella contigua Sorbonne la filosofia scolastica muoveva i suoi primi passi. Chi la intona  è  uno dei cantori della Coradini,  Roberto Donati, che festeggia anche lui il suo mezzo secolo di presenza nella formazione: ci entrò da voce bianca e oggi ha i suoi annetti.
Dopo i brani del Laudario del monastero di san Colombano di Bobbio, dove canta da solista Stefano Benini, è la volta dell’ inno polifonico dedicato al vescovo britannico Magnus: risale con ogni probabilità al mille e cento.

Due secoli dopo sarà il momento degli splendori di Monserrat. Dal Livre Vermell Coradini e Orientis hanno estratto le melodie che accompagnavano e sottolineavano in maniera incisiva la danze sacre dei monaci, una circostanza particolarmente legata alla “Festa dell’asino”, una sorta di carnevale delle comunità religiose che forse cadeva il 14 di gennaio. Danza sacra, si diceva, come argomenta anche Vagnetti quando, in “Polorum Regina” imbocca il suggestivo corno di bue. Infatuazione collettiva. Un momento da Narciso e Boccadoro che si perde tra le nebbie dell’antichità. Che tocca il contagio ritmico con efficacia tutta moderna.

Applausi scroscianti del pubblico che si eccita alla promessa di un fuori programma, la rutilante girandola dell’inno che ha per ritornello la magica frase: “Ave Maria”, ribattuta come un forsennato Mantra: si tratta di “Cuncti simus concanentes”. Poi Vagnetti disperde i suoi cantori tra le pareti della sala e, come certamente gli ha insegnato uno dei suoi maestri, l’americano Gary Graden, affida loro una libera improvvisazione su una lauda cortonese. I suoni si rifrangono sulle pareti di mattone e si amalgamano in una suggestiva vibrazione che si ricompone solo quando, mentre qualcuno già  cominciava a battere le mani, la melodia di “Alta Trinità beata”, si ricompone in tutta la sua bellezza.
Facendosi a fatica strada tra i clamori Massimilano Dragoni, promotore del festival ringrazia tutti e dà appuntamento all’anno prossimo.

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