Rossini al Festival delle Nazioni con i cantanti del Lirico di Spoleto

di Stefano Ragni – Una bella combinazione di energie ieri sera nella chiesa di san Francesco nella città di Braccio da Montone. Oltretutto con una illuminazione più che sapiente anche i lacerti di affreschi ricevevano una ombreggiatura misteriosamente suggestiva.

Occasione d’oro quella di vedere due istituzioni operare in piena concordia col contenitore del Festival delle Nazioni che ospitava – e non è la prima volta – i cantanti del Lirico Sperimentale di Spoleto.

Operazione graditissima dal pubblico che ha occupato tutti i posti disponibili per godere di un tutto Rossini affidato a voci giovani scaturite dalla competizione europea che si svolge nella città ducale. Un modo per punteggiare una situazione che fa ancora di Spoleto un centro propulsore per individuare nuovi talenti per il palcoscenico lirico. C’è da dire che anche se non tutti i protagonisti risultavano eccellenti, il livello medio di un buon gala non ha mancato di suscitare consensi, quando non entusiasmi tra gli ascoltatori.

Clima di festa, come sempre, quando si tratta di Rossini, e orecchie pronte a farsi solleticare dalla melodiosità ornata che aveva saputo individuare già contemporanei come Stendhal. Quando addirittura non si tratta di filosofi come Hegel e Schopenhauer, pronti a iperboli che oggi suonano piuttosto sovradimensionate, ma che danno ancora la misura con cui l’età giacobina prima e quella insurrezionale poi, seppe accogliere una scrittura vocale che era propria di un musicista che condivideva con Raffaello origini, idealità e realizzazioni.

Trasparenza, elasticità e leggerezza sono le doti che deve possedere un buon cantante rossiniano, unite a quello che si acquista solo con l’età: la si chiamava “sprezzatura” e voleva dire ironica distanza dall’oggetto estetico. L’aveva teorizzata, proprio alla corte di Urbino, Baldassarre Castiglione, alludendo a una dissimulazione da consumato navigatore politico. Guicciardini, quindi, se non Machiavelli.

Nessuno chiede tutto questo a un giovane cantante, ma chi ascolta con consapevolezza questi parametri dovrebbe averli in testa.

Solo così si potevano apprezzare gli otto ragazzi che si sono succeduti nello spazio del transetto, tutti disposti a misurarsi col massimo impegno coi testi del pesarese. Un’aria per ciascuno, con l’accompagnamento di due ottimi pianisti, Andrea Barbato e Azzurra Romano

Ha iniziato Myriam Marcone col Crucifixus dalla Petite Messe Solennelle. Partenza inusuale, con una pagina religiosa che l’autore volle carezzevole come un samba, destinandola, idealmente, ai suoi amatissimi e rimpianti castrati. In seconda posizione ancora un religioso “Cujus animam” ma stavolta è il tenore, Alessandro Fiocchetti, a doversi misurare con la musica come se fosse un gladiatore. Rossini, ancora italiano, nel suo Stabat Mater pretendeva sangue e fendenti, con una cadenza che allora si affrontava in falsettone, ma oggi si deve scalare, scagliando uno squillo penetrante e acrobatico.

Quando arriva il “Non si dà follia maggiore” dal Turco in Italia si pensa, legittimamente, alla Callas. Oggi nessuno pretende l’emulazione e Zdaslava Bockova cinguetta allegramente, sfiorando i sovracuti con grazia.

Subentra poi Daniela Nineva e qui le cose si fanno serie, perché la sua innervatura deve risolvere gli arabeschi dell’Italiana in Algeri, la scena e cabaletta “Cruda sorte”. Fu Stendahl a dargli per primo anche la giusta ambientazione politica, una sorta di pistolotto patriottico nell’Italia murattiana. La battaglia di Tolentino spazzerà tutti gli ardori, ma Daniela ha sfoderato una tinta metallica di notevole qualità con verosimile capacità di scolpire tutte le ornamentazioni che trasformavano l’interprete di Isabella in una Gorgone gorgheggiante.

Il basso Giordano Farina ha fatto quadrare il cerchio tra religione e negromanzia nell’aria delle Cenerentola “Là del ciel nell’arcano profondo”, mentre il successivo “Sventurata mi credea” era risolto con gusto da Emanuela Sgarlata. Un simpaticamente entusiasta Emanuel Busaglia ha rievocato la serenata del Barbiere di Siviglia, precedendo Noemi Umani nel “Bel raggio lusinghier” della Semiramide. Carrellata soddisfacente per un concerto che, dato il materiale disponibile, avrebbe meritato qualche concertato. Se non li fanno gli spoletini chi altri?

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