Il quartetto Athenäum e l’operina Brundibar

di Stefano Ragni – Due toccanti appuntamenti al san Domenico e al teatro degli Illuminati segnano due tappe altamente significative del Festival delle Nazioni che ha voluto mostrare  quanto il popolo Ceco abbia saputo offrire alla storia della democrazia europea.

Nel primo, martedì scorso, il quartetto Athenäum ha replicato lo straordinario successo dello scorso anno riproducendo le atmosfere storiche del camerismo boemo, da Dvorak, collo straordinario quartetto Americano, alla splendida pagina di Smetana “Dalla mia vita”, al Suk della meditazione sul corale di san Venceslao. Pagina quest’ultima vergata alla vigilia della Grande Guerra  con le sue parole ammonitrici “Non lasciar perire la nostra nazione e le future generazioni”. Cameristi berlinesi semplicemente scatenati in una formula quartettistica che indubbiamente risente della capacità di suonare in formazioni orchestrali di altissima qualità. Qualità di emissione formidabile, ma anche  disponibile a farci avvertire la avvolgente carezza di una timbricità morbidissima.

Ieri pomeriggio, alle 18, il teatro degli Illuminati si è aperto per la prima delle due rappresentazioni dell’operina Brundibar. La seconda sessione era prevista per le ventuno.

Impegno straordinario del Festival la riproduzione di un piccolo testo teatrale per bambini cantanti e attori che è diventato emblema dell’Olocausto. Fu scritto nel 1943 nella Praga occupata dai nazisti da Hans Krasa, un musicista che non tardò a seguire  la sorte degli intellettuali cechi, l’internamento nel campo di concentramento di Theresienstadt-Terezin. Qui la malvagità degli aguzzini lo costrinse a riadattare la sua piccola opera ad uso di un documentario che certificasse le buone condizioni degli internati, felici di essere allietati da un teatro vocale di bambini. Ci cascarono anche i delegati dalla Croce Rossa che rimasero del tutto convinti che se in un campo si poteva cantare così, voleva dire che non si viveva poi così tanto male. Ovviamente, a rappresentazione ultimata, Krasa, orchestrali del campo e bambini cantanti vennero tutti spediti ad Auschwitz per l’eliminazione.

La storia  esemplare di Annika e Pepicek costretti a mendicare per trovare un litro di latte da offrire alla madre malata, la loro lotta contro Brundibar-Mangiafuoco, l’alleanza coi tre animali, cane, gatto e  passerotto non prova neanche a nascondere le metafore della brutalità nazista, l’acquiescenza del popolo tedesco alla dittatura e la stupidità di chi li guidava: nasce spontaneo il riferimento ai bambini, che con la loro innocenza possono salvare il mondo. Troppo bello per essere vero, ma gli ottusi carnefici non si accorsero del messaggio nascosto e la fecero rappresentare così com’era, solo con qualche variante da adattare ai tanti bambini che ogni giorno andavano ad affollare la popolazione di Terezin. Nessun problema per i musicisti  internati, disponibili alla rappresentazione. Per loro era l’ultimo grido di un muto appello alla vita e al rispetto della loro umanità

Krasa scriveva come un musicista dell’età della repubblica di Weimar: adottava stilemi propri di Weill, di Janacek, di Hindemith e sapeva cosa si può far cantare a un bambino interprete. Ne scaturisce una musica piacevole,  comunicabile, facile da assimilare. E soprattutto efficace per far scorrere piacevolmente i quaranta minuti della rappresentazione.

Lo straordinario sforzo compiuto dalla Scuola comunale e dal suo direttore Mario Cecchetti fa parte del pacchetto di proposte con cui il festival internazionale continua a legare le sue proposte al territorio tifernate. E’ così che va apprezzata la risposta degli strumentisti della scuola comunale Puccini e dei ragazzi dell’Istituto comprensivo “Alberto Burri” di Trestina, dinamici coristi e sveltissimi attori in un palcoscenico animato dalla evocativa regia di Tony Contartese, ricca di suggestivi passaggi di colori e sottolineata da dinamiche di movimento molto efficaci. La parte più sostanziosa della vocalità corale era sostenuta dalla formazione giovanile Octava Aurea abitualmente sostenuta nella sua attività dalla Fondazione Cucinelli.

La rappresentazione, diretta benissimo da Mario Cecchetti, si è avvalsa di ottimi  giovanissimi  protagonisti: Sofia Falorni e Beniamino Manoni. Gli altri interpreti erano Davide Francesconi, Eleonora Ciocca, Camilla Noschese, Veronica Marinelli, Carolyun Beck, Caterina Manoni, Benedetta Simonini, Aisling McGuinness. La preparazione vocale si doveva a Catharina Sharp, e ai suoi collaboratori Klara Luznik e Francesco Bianconi.

Lo spettacolo era coprodotto con la fondazione Teatro Comunale di Modena e quindi seguirà un auspicabile e prevedibile trasferimento in Emilia.

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