Il coro s. Jacob di Stoccolma nella Basilica di Assisi

di Stefano Ragni – Quarta edizione del concorso di composizione sacra Francesco Siciliani, con tre vincitori, uno per ogni categoria del premio.

Ieri sera, nella basilica francescana superiore,  nel corso di  una lunghissima serata resa possibile solo dalla pazienza di una parte del pubblico, e garantita dalla bravura e dalla resistenza dei cantori del coro s. Jacob di Stoccolma, si è svolta la manifestazione conclusiva della quarta edizione del premio di composizione che la Sagra Musicale Umbra dedica al suo fondatore Francesco Siciliani. I lavori della giuria ovviamente erano iniziati già tempo prima, con la lettura delle molte partiture pervenute. Lo spoglio era stato effettuato da una commissione di altissimo rango presieduta da Salvatore Sciarrino e composta da Gary Graden, direttore del coro s. Jacob, da Filippo Maria Bressan, noto direttore ospite  della Sagra, da Alberto Batisti, responsabile artistico del festival, e da Marcello Filotei, compositore e critico musicale nelle funzioni di segretario.

I tre finalisti, secondo una formula molto intelligente, hanno poi ricevuto il privilegio di una esecuzione dal vivo della loro creatività: leggere una partitura “a secco” è una cosa, renderla viva e palpitante è un’altra. Anche la giuria, con l’ascolto diretto, può meglio valutare le proprie convinzioni e proiettarle sulla pedana della concretezza.

Ma tutto questo può realizzarsi solo se si dispone di una formazione corale che, in tempi relativamente brevi, si fa carico dello studio e della esecuzione delle musiche scelte.

E questo è il grande ruolo che esercitano il coro s. Jacob e il suo direttore Gary Graden.

Esponenti di rilievo internazionale nel contesto della musica contemporanea, i cantori giacobiti non si tirano indietro di fronte a una enorme responsabilità esecutiva, e sono in grado, con risultati eccellenti, di animare col soffio del suono i righi e i pentagrammi musicali, altrimenti sordi e muti.

E’ con grande emozione che il pubblico della basilica francescana ha ascoltato i pezzi dei finalisti, tutti aventi per soggetto il testo del Gloria liturgico. Il premio della giuria è andato al giovanissimo Andrea Buonavitacola, ancora studente del Cantelli di Novara, con un Gloria ricco di effetti di parlato, mormorato e soffiato, cose che, all’occorrenza, fanno molto “moderno”. Premio della pedana dei critici musicali a Steven Heelein, tedesco poco più che trentenne, con una pagina densa di oscurità, un Gloria che non esulta, ma si innerva in soffuse polifonie. Premio del pubblico – e questa è una bella caratteristica della competizione – al milanese Antonio Eros Negri con una polposa partitura, sontuosa nel suo finale: quello che si vorrebbe da un Gloria.

Nei momenti in cui si faceva lo spoglio della votazione il cardinale Ravasi, intellettuale a tutto tondo della chiesa romana e presidente del Pontificio Consiglio della cultura, è salito sul pulpito offrendoci una vera, sintetica lectio magistralis di come la musica si manifesti nei libri in cui è depositata la voce  di Dio, dai Proverbi biblici al vangelo di san Luca.

L’idea di apporre al concorso Siciliani la sigla di una delle componenti della liturgia nacque proprio dal cardinale Ravasi nel 2011, nel corso di un convegno della Sagra su “Musica e fede”, e il tema di quest’anno ne è una conseguenza.

Alla luce, tuttavia, di cosa i padri fondatori della Sagra, Siciliani e Aldo Capitini, intendessero per “dimensione del sacro” ci sembra un po’ restrittivo che un soggetto come la memoria di Siciliani, uno degli uomini più profondi della cultura italiana, che del suo maestro Capitini aveva assimilato la grande lezione di laicità, sia circoscritto  alla sola parola della liturgia romana. Il “sacro”, ce lo insegnava appunto Capitini, è una dimensione molto più vasta di una confessione religiosa. Tematizzare sulle figura della liturgia vuol dire rendere il concorso Siciliani “solo” confessionale. E’ una scelta che va rispettata, ma ci si puo’ meditare sopra.

Oltretutto Siciliani era perugino e la testimonianza a suo onore deve tornare nella sua città. E questo non è negoziabile. Bisognerebbe sapere anche cosa ne pensa Francesca Siciliani, la figlia del maestro, che era presente alla serata e ha fatto omaggio alla Sagra di una preziosa memoria di famiglia.

Detto questo si deve rendere merito a Graden e alla sua formazione  di non essersi limitati alla riproduzione dei pezzi del concorso, ma di aver steso davanti a noi un tappeto sonoro dalle tinte preziose. A cominciare dall’iniziale Lux Aeterna di Ligeti, una pagina con cui, nel 1966,  l’Europa colta è andata negli spazi siderali prima ancora di tutti i vettori lanciati dalle superpotenze.

A spoglio del concorso ultimato, il s. Jacob si è ricompattato per coprire tutta la seconda parte della serata con un Lux Aeterna tratto dalle Enigma Variazioni di Elgar, una lieve pagina della svedese Agneta Sköld e, tanto per chiudere con la maggior difficoltà possibile,  una specie di Golem della polifonia moderna, lo spartito di “In terra pax” di Arnold Schoenberg.

In altri tempi lo si considerava ineseguibile per la difficoltà di intonazione, ma andate a dirlo ai cantori svedesi  e al loro impavido direttore. Probabilmente questa esecuzione assisiate del monolite della moderna coralità rimarrà una delle cose più grandi della Sagra nuovo millennio, e speriamo che tutti se ne siano resi conto.

Affrontare questo brano al termine di un concerto irto già di per sé di difficoltà, è qualcosa che non ha prezzo. Oltretutto i cantori svedesi, non stremati, ma certamente provati, hanno conservato quello smalto lucente della loro emissione, smussando con la propria dolcezza anche gli irti picchi della tessitura a cui Schoenberg li spingeva.

E poi Gary. Come non rimanere incantati davanti a un gigante della vocalità che trasmette gioia ed entusiasmo e comunica a tutti la sua fiducia nella musica e nella vita? Platonicamente parlando gli si affiderebbero le chiavi del mondo.

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