Il Quartetto Esmè a villa Valvitiano

di Stefano Ragni – Un incredibile appuntamento ieri sera a villa Valvitiano, la dimora aristocratica dei Buitoni che si apre sulla valle del Tevere, a pochi chilometri da Perugia, con giardini di rara eleganza, alberi d’alto fusto, una distesa di limoni dove ti aspetteresti di veder spuntare dal terreno anche le classiche colonne greche. Atmosfera goethiana. E infatti c’è anche un antico sarcofago romano che in altri tempi fu certamente utilizzato come vasca da irrigazione.

Ilaria Borletti Buitoni ha aperto la sua casa per il pubblico della Sagra Musicale Umbra, ma tra gli ospiti c’erano anche il sindaco Romizi, la presidente Marini e l’assessore Cecchini, per auspicare una sempre  più concerta collaborazione tra il massimo festival musicale e le componenti politiche territoriali.

L’appuntamento era collocato all’interno di un vasto progetto indicato come “Le dimore del quartetto”. Si tratta di promuovere l’attività dei giovani musicisti che intraprendono la difficile strada del più complesso e completo organico cameristico e favorirne l’inserimento  nella economia circolare della musica europea. Centosessanta dimore, quarantacinque quartetti selezionati e, per ora, duecento concerti  realizzati costituiscono un bel pacchetto su cui proiettare una delle più originali, concrete e propulsive forme di sostegno per nuovi quartetti che, alla vigilia di un importante impegno concertistico, vengono ospitati per alcuni giorni per potersi concentrare e studiare le partiture. E, come nel caso di Villa Valvitiano, la permanenza vale come una borsa di studio da spendere nella bellezza dell’architettura e del paesaggio umbro. Esperienza da non credere, soprattutto se, come nel caso delle quattro ospiti coreane del Quartetto Esmè, si viene da realtà geografiche e culturali che sono letteralmente dell’altro mondo.

Nel caso di Ilaria Borletti si tratta poi di una generosità del tutto particolare, visto che in poco più di una settimana Valvitiano ha ospitato, oltre che le coreane, anche i ragazzi di Torino, leggi Quartetto Echos, che sabato scorso hanno suonato alle cantine Lungarotti per i 50 anni del Doc. del rinomato vino umbro.

Iniziativa privata, dunque, per mettere in rete ragazzi che si misurano  con le geometrie sonore del quartetto, la forma più intellettuale, più astratta e più combinatoria della musica occidentale. Per ascoltare un quartetto bisogna fare il vuoto intorno a se stessi, e aprire la propria, personale sensibilità a un ascolto che non ha alcuna forma di indulgenza, ma è solo, continuo incremento di graffiti sonori che si sovrappongono, si aggrovigliano e si contorcono in un reticolo di diagrammi che appaiono e spariscono. Mai come nel quartetto vale l’enunciato di sant’Agostino. “musica est in memoria”. Alla fine di un ascolto puoi anche essere sopraffatto dalla fatica di aver cercato di seguire quel che di inafferrabile si dipanava davanti a te. Ma certamente sei diventato migliore.

La serata di ieri è stato un paradigma della situazione. Dopo un breve saluto della padrona di casa, che ha ricordato e sottolineato come le Dimore del Quartetto sia sostento da ADSI, Associazione Dimore Storiche Italiane, e dal Fai, Fondo Ambiente Italiano, la presidente della Fondazione Perugia Musica Classica Anna Calabro ha contestualizzato il concerto all’interno di un contenitore come la Sagra, che anche quest’anno sta realizzando un cartellone di estremo interesse.

Poi ecco le sgargianti coreane, vestite come piccole regine, agguerrite come antiche guerriere. Quando agguantano il primo numero, il quartetto op. 77 n. 1 di Haydn, fanno subito capire come sarà il loro comportamento: tecnica smagliante, sonorità aggressive, equilibrismi di piani dinamici a tinte molto alte, un intreccio  strumentale semplicemente perfetto. Un piccolo gioco di perle di vetro, ma perle molto acuminate, viene lanciato contro il pubblico che non può che rimanere sopraffatto dall’impeto energetico.
E la situazione non cambia nel successivo Quartetto op. 80 di Mendelsshon. Anzi, se possibile, c’è anche qualche incremento acustico, visto che si tratta di musica bollente di romanticismo. Le coreane, nonostante siano sottili come giunchi, ti trafiggono con archi impugnati come lame taglienti e padroneggiano alla perfezione il tumulto della pagina mendelssohniana,
L’ancor giovane Felix lo scrisse nel 1847 per comunicare il suo dolore per la perdita della sorella Fanny, sua creatura simbiotica.

Fin dall’inizio della pagina i tremoli che si innalzano dal violoncello danno l’impressione del dolore febbrile che vuole essere evocato onde essere elaborato e esorcizzato.
Un umor nero che non si placa neanche nel lento elegiaco centrale, ma che viene reso ancor più sofferente nello Scherzo, il cui Trio si colora di tinteggiature macabre. Finale impetuoso, con sincopi e cromatismi che sembrano voler ribadire il lancinante dolore. Pochi mesi dopo aver firmato questa opera di disvelante autoreferenzialità, un autentico viaggio negli inferi, Felix seguirà nella tomba la sorella.

Nella consapevolezza che non si può chiudere una serata così le deliziose coreane suonano un po’ di Piazzolla. Sempre gradito.

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