Trent’anni del coro dell’università di Perugia

di Stefano Ragni – Alle sette di sabato sera la sala dei Notari era gremita di pubblico: neanche un posto in piedi e spintoni anche semplicemente per affacciarsi.

Ma dalla parte del palcoscenico non andava meglio, perché erano almeno un centinaio i cantori che venivano a festeggiare, in gioioso affollamento, i trent’anni del coro della loro università. Si trattava infatti di celebrare i tre decenni di vita musicale percorsi del coro dell’ateneo cittadino costituitosi nel 1988 come associazione culturale. Docenti, personale amministrativo, laureati e studenti di tutti i corsi delle facoltà si riunirono infatti in un compatto corpo vocale che rispondeva al gesto direttoriale del suo fondatore e mentore, Salvatore Silivestro.

La formazione si rivelò subito uno splendido biglietto da visita da esibire sia nell’accoglienza di ospiti di riguardo, sia nella diffusione del nome dell’antico ateneo perugino in Italia e all’estero. Con Silivestro infatti il coro ha partecipato a manifestazioni di successo “La barcaccia”, dove cantò pezzi da Norma, Elisir d’amore, Nabucco, Falstaff e Carmen. Nel 2012 era nell’auditorium di via della Conciliazione a Roma, la sede storica dell’orchestra di santa Cecilia, per cantare i Carmina Burana di Orff insieme a cori universitari di mezza Italia. In seguito era all’Arena di Verona, per poi presentarsi al primo Simposio dei cori universitari tenutosi a Bressanone e Bolzano. Lo scorso anno a Urbino si è guadagnato un prezioso riconoscimento nella competizione delle formazioni corali universitarie. Poche settimane fa si è assicurato anche una presenza alla Sagra Musicale Umbra.

Forte della coesione umana dei suoi componenti, sorretto dalla struttura amministrativa dell’ateneo, il coro per questa occasione ha voluto riunire la maggior quantità possibile dei suoi componenti che si sono succeduti nelle fasi della sua esistenza. Con la prevedibile conseguenza che ex-studenti che hanno frequentato i corsi di laurea dello Studium perugino sono convenuti da tutta Italia, vista la prevedibile distribuzione professionale e familiare di ognuno.

Ma il richiamo di una celebrazione è stato per molti anche l’occasione per focalizzare un periodo della propria vita che coincide con la giovinezza, e il rito del trentennale è stato anche il motivo di un tuffo nel passato che commemora gli anni più luminosi della propria vita.

Apertosi con la liturgia dell’ Alta Trinitas Beata di anonimo del quindicesimo secolo, il concerto, in un ambiente che era già surriscaldato dalle presenze umane straripanti, è proseguito sui ritmi baldanzosi delle colonne sonore di Morricone, della Jazz Mass di Chilcott, e dei negro spirituals.

La presenza dei due direttori storici della formazione, Marta Alunni Pini e Antonella Masciotti ha consentito al coro, sorretto al pianoforte da Francesco Andreucci e Daniele Ciullo, di sfociare poi nelle gioiose scene dell’Elisir d’amore, vero cavallo di battaglia del coro. Qui si sono potute apprezzare anche le voci dei solisti, Elena Vigorito, Nicola di Filippo e Tiziano Antonelli.

Quando poi il fondatore e “padre nobile” della formazione, Salvatore Silivestro, ha ripreso in mano le fila dei suoi cantori, si sono elevati boati di entusiasmo sia dal pubblico che dalle stesse fila dei cantori.

Occasione propizia per Silivestro di riconcertare il suo “Panis angelicus”, per poi aggiungere altri solisti, Francesco Palmieri e Valentina Calabrese alla Preghiera del Mosè di Rossini. Un passo avanti ancora ed ecco il Nabucco a siglare il tasso di febbrile coinvolgimento del pubblico. Anche perché seduti sulle azzurre poltrone, accatastati sui banconi e aggrappati in piedi alle proprie gambe, c’erano tanti altri ex-universitari che si riconoscevano in quel coro che ha comunque accompagnato la loro maturazione. Per tutti quindi ha squillato come momento di compresenza l’inno universale della goliardia, il “Gaudeamu igitur”, che da sempre è risuonato nelle aule e nei saloni di tutte le residenza universitarie europee. Apparso col suo congiuntivo esortativo già a meta del 1200, a Parigi, l’inno ricevette la sua attuale definizione nel 1781 ad Halle ad opera di tal Kindleben. In qualunque lingua lo si canti vuol riecheggiare le canzoni dei clerici vagantes: “godiamoci la vita finché siamo giovani”. Inquadrato in un ritmo di marcia militare, enfatico nel suo procedere, il Gaudeamus ha segnato la storia dell’Europa moderna e dagli anni Cinquanta del secolo scorso è riconosciuto come inno della Goliardia internazionale.

Mentre continuano a risuonare gli applausi scroscianti, Silivestro prende il microfono per convocare il rettore Moriconi e fargli omaggio di una riproduzione della bolla papale del 1308 con cui veniva riconosciuta l’esistenza dello Studium Generale perugino. I “ cavalieri della tavola apparecchiata”, goliardia cittadina, fanno a loro volta omaggio di una magnum di ottimo Prosecco. La parole di Moriconi sono tutte godibili: il rettore ribadisce il suo attaccamento al coro che ha sostenuto sin dalle prime fasi della sua formazione e si mostra interessato al Simposyum che avrà luogo a breve: Si tratterà di ospitare una bella quantità di cori universitari italiani, con presenza dalla Slovenia e dall’Ungheria. Tre giorni di convegni e dibattiti, poi in cattedrale, per una collettiva esecuzione del Requiem di Verdi. Cinquecento cantori che saranno avvolti dalle a dir poco “fragorose” risonanze della chiesa Madre. Un verdetto senza appello.

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