Il clarinetto magico di Stefano Borghi

di Stefano Ragni – A poco più di un mese di distanza dalla sua eccezionale affermazione al primo concorso dedicato alla memoria di Ciro Scarponi è tornato a Sant’Antonio il giovane vincitore, il clarinettista Stefano Borghi. Lo ha accolto il presidente Attilio Gambacorta, con il vicepresidente Luigi Minelli, una duplice presenza che conferma come l’attuale staff abbia saputo traghettare la Filarmonica Scarponi verso gli ambiziosi obiettivi previsti. Dopo la dedica, lo scorso anno, della piazza di palazzo Malizia al grande musicista torgianese, il concorso, che ha rapidamente assunto anche una dimensione di interesse nazionale, ha ottenuto quel rilievo che meritava, sia in termini di presenze di candidati, sia nella qualità espressa dai vincitori.

Stefano Borghi è un ventiquattrenne di Sassuolo, che vince sin da giovanissimo competizioni per clarinetto, totalizzandone al momento più di cinquanta. Quella del premio Scarponi è ovviamente la più prestigiosa, e fa piacere sentire della sua voce il racconto di un incontro col grande maestro avvenuto nelle fasi di un concorso “non vinto”. Ma, ha dichiarato Borghi sabato sera, prima dell’inizio del suo concerto, Scarponi seppe in pochi minuti fornire al giovanissimo emiliano quel paio di consigli preziosi che si conservano per una vita. “Tutti i giorni, ha proseguito Borghi, mi cimento coi suoi Studi, quella raccolta micidiale, ineseguibile nella sua interezza. E ha ricordato quella “Elegia for Danny” che rende la memoria di Scarponi compositore tra le più toccanti della ultima generazione di autori. Un grande pezzo dove il virtuosismo si fa commozione.

Alla sala Sant’Antonio Borghi ha saputo confermare, per non dire esaltare, le caratteristiche che gli hanno fatto vincere il premio che gli ha attribuito una giuria composta dal presidente Anbima, Giampaolo Lazzeri, da Roberto Rossi, prima tromba dell’Orchestra nazionale della Rai di Torino e da Simone Simonelli, allievo di elezione di Scarponi, prima parte de La Fenice di Venezia. Innanzi tutto il suono, pulito, diretto, penetrante. E poi l’ intonazione, sicura, squillante, svettante.

Siamo certi che se il filosofo Wittgenstein avesse potuto ascoltare Borghi avrebbe dato risposta a uno dei suoi emblematici interrogativi epistemologici: cos’è il suono di un clarinetto? Descrivete il suono di un clarinetto. E si sa che il filosofo viennese, il fondatore della moderna ermeneutica, era un capace clarinettista dilettante.

Perché, in realtà, il suono di Borghi è qualcosa di scientifico, che scaturisce dalle regioni del cuore, ma che si perfeziona nella lucida consapevolezza delle emissione del fiato, della sua padronanza, della suddivisione dei suoi momenti di distribuzione. E, alla fine, eccolo questo suono, che ha il nitore dell’acciaio, ma che respira come aria di alta montagna, puro, galvanizzante, euforizzante.

Con queste caratteristiche Borghi sa gestire alla perfezione una serata tutta dai contorni virtuosistici. Partendo dal blues di Michele Mangani, compositore-clarinettista, un nome di punta dell’attuale produzione per strumenti a fiato. Un omaggio alla tradizione col la fantasia sul Rigoletto di Bassi, pezzo prediletto da Scarponi che lo infilava nei suoi concerti non appena poteva. Poi a capofitto nella Czarda di Vittorio Monti. Sarà un pezzo volgarotto, ma, a parte che Scarponi lo suonava con un pennello incredibile, si tratta di un pezzo difficilissimo, che richiede una digitazione assoluta. Se lo suoni cosà togli ogni traccia di cattivo gusto e lo rendi elettrizzante.

L’ingresso di Borghi nell’attualità è stato segnato dall’esecuzione di Cantilene di Cahuzac e dalla presentazione, in prima esecuzione, di una Sonatina per clarinetto e flauto di Matteo dal Maso. Un pezzo pungente, intelligente e coinvolgente che ha visto Stefano collaborare con la sua fidanzata, Veronica Rodalla, degna partner.

Il concerto, sorretto al pianoforte dalla brava Norma Veronesi, è proseguito sui binari del coinvolgimento, con lo Sholem di Bela Kovacs, pezzo Kletzmer grondante umanità e dall’Oblivion di Piazzolla. Per ricordare uno di pezzi con cui ha trionfato al Concorso di settembre, Borghi ha suonato il Blues da “Un americano a Parigi” di Gershwin. Poi un LIbertango come bis. E qui il giovane emiliano ha dato misura della sua padronanza tecnica, con una nota finale suonata in “respirazione circolare”. Più di due minuti di un suono che non si spezzava mai perché, con una capacità fisica non comune a tutti i clarinettisti, Borghi captava aria dal naso e la riversava sullo strumento senza mai interrompersi. Giuoco “estremo” captato da tutti, col fiato, è il caso di dirlo, sospeso.

Con questo splendido concerto Borghi ha confermato quel ruolo di giovane talento che gli aveva già riconosciuto lo scorso anno il festival “Omaggio all’Umbria” di Laura Musella. Per la Filarmonica torgianese, sorretta con convinzione dall’amministrazione comunale, è una conferma in più di essere sulla strada giusta.

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