Achúcarro, il suono divino di un mito

di Stefano Ragni – Troppo piccola la sala dei Notari domenica pomeriggio per poter contenere un pubblico straripante. Botteghino in panico, lunga fila di postulanti in attesa di un posto, ritardi nell’inizio per far defluire i tanti presenti. Così non può andare, è chiaro. Per i suoi concerti la città ha bisogno di uno spazio più razionale.

Ma per gli Amici della Musica, in attesa di conoscere il suo nuovo direttore artistico, è comunque una occasione golosa. Sconvolgendo tutti gli assetti cronologici Joaquin Achúcarro, il Nestore dei pianisti, coi suoi ottantasei anni è un fossile vagante. E’ dagli anni Quaranta del secolo scorso che suona ai massimi livelli internazionali e, all’occasione, mostra di non aver nessuna intenzione di tirare i remi in barca. Ma se lo può permettere, perché il suo concerto domenicale non ha mostrato trame di usura o di fatica. A differenza del più “giovane” Nelson Freire che l’anno scorso annaspava al teatro Morlacchi, il grande pianista spagnolo ha sorretto con invidiabile smalto un programma di rilievo, tenendosi dentro i limiti dell’elasticità che gli consente la sua venerabile età.

Joaquín Achúcarro – Foto di Adriano Scognamillo

Oltretutto per un pianista praticamente sbocciato nei corsi dell’Accademia Chigiana di Siena in anni in cui vi insegnava ancora Cortot, si tratta di affacciarsi dalle nebbie del mito alla concreta realtà di un’ età sviata dai falsi splendori di pianisti iperveloci, bagliori da Formula Uno che spazzano via spartiti alla massima andatura consentita esaltati dalla loro ipervitaminizzata capacità competitiva con la materia del suono.

Lui, invece, il suono ce l’ha bellissimo, e lo distilla come una persuasiva meditazione. E questo non è questione di età, ma di sensibilità, di senso di appartenenza a una tipologia di rapporto col pianoforte che era dialogo, meditazione, filosofia di vita. E allora ce ne fossero ancora di Grandi Vecchi capaci di delibare una integrale dei Ventiquattro Preludi di Chopin, scavando ogni nicchia come la coppa di una conchiglia che, se la porti all’orecchio, ti fa sentire ancora il fragore delle onde del mare. Era un gioco che facevamo da bambini: oggi molti adolescenti, cuffie alle orecchie, non sanno neanche distinguere una conchiglia da una cellulare spiaggiato.

Certo, come qualcuno ha osservato, mancava a questi Preludi l’inquietudine che vi ha impresso il suo nevrotico autore. E non era un problema di agilità, perché Achúcarro ha spazzato via vertiginosamente il sedicesimo pannello, il numero sedici, un “Presto con fuoco” in si bemolle minore, infilando ogni nota al suo posto. L’intento del musicista di Bilbao era diverso, e lo ha voluto spiegare personalmente in un perfetto italiano poco prima di cominciare a suonare. Si deve pensare a questa raccolta come a una indagine psicanalitica, a un percorso psicologico dove non conta il singolo elemento, ma va valutata la complessità dell’approccio totale, che sfoga nel tumulto del re minore conclusivo. Visione più che convincente, distillata con cura, con una dimensione sonora da camera oscura, particolari in rilievo, ma continuità di un tono di “leggenda”, dove i fantasmi di Valldemosa sono risultati ormai placati dallo sguardo della senescente saggezza. Difficile, forse, per un giovane ascoltatore accettare questa meditazione senza fibrillazioni. Ma bisognava uscire dalla Sala dei Notari e ripensarci sopra, per essere convinti di questa scelta di un certo fascino.

Per la seconda parte della sua serata il musicista spagnolo ha giocato su toni accattivanti e non troppo impegnativi. Se vi ricordate Freire aveva optato per i Pezzi Lirici di Grieg, mentre Achúcarro si è immerso in quello che ogni ascoltatore desidera da uno spagnolo: la luce e il calore della sua tradizione sonora.

Ecco dunque una intelligente copertina: tre autori per sei pezzi, tutti dedicati alla città di Granada. Di conseguenza De Falla, Albeniz, Debussy in un caleidoscopio di una Spagna pagana, quando non arabeggiante, un tintinnare di nacchere, un raschiare di chitarre e il lontano canto del Muezzin che poi si trasforma nel lamento del Flamenco. Certo non si può dar torto a chi osserva che questa musica è un po’ tutta eguale anche quando un francese con le puzze sotto il naso come Debussy argomenta con le su Habanere della sensualità dei fatati palazzi moreschi (Puerta del vino e Soirées dans Grenade). Più istintivo per Manuel de Falla arpeggiare sulla musica andalusa, ma quando si tratta di un omaggio alla memoria dell’amico Debussy (e siamo nel 1920) l’Habanera vien ritorta come una marcia funebre, con sorprendenti effetti timbrici. Più facile per Albeniza, il più anziano dei tre, fare pittura sonora quando descrive un barrio di Granada, El Albaicin o quando esplicitamente innalza una Serenata alle tante belle della antica capitale dei califfi.

Muovendosi a casa sua, Achúcarro ha suonato tutto con estremo gusto, deliziando gli ascoltatori trascinati a un applauso prorompente. Quando si tratta di fare i bis, il vetusto maestro si concede il gusto di dare una lezione a tutti pennellando un pezzo di Scriabin per la sola mano sinistra. Un vezzo da grandissimo.

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