Le meraviglie del Quartetto Nous ai Notari

di Stefano Ragni – Nous, per il filosofo greco Anassagora, era l’intelligenza divina che governa il mondo. Al ginnasio, più modestamente, ci insegnavano che si trattava anche e semplicemente della mente umana.

Come che sia il quartetto che si fregia di tale nome ha veramente coraggio da vendere. E c’è da dire che in questo momento, nel nostro paese, dansoi il fatto che le orchestre le chiudono, c’è un’incredibile incremento di nascita di quartetti d’archi. Non tutti sono eccellenti, ma la voglia di fare e di mettersi in gioco è tanta. E poi, un nome bisogna pur darselo.

A supportare il tutto è nata anche questa associazione delle Dimore Storiche, un manipoli di mecenati che, in possesso di case agiate e di rilievo spesso artistico, mettono a disposizione stanze, logistica, ospitalità per sostenere le capacità di studio di questi incredibili ragazzi che si sono lanciati sulle forma più complessa e meno appariscente della musica da camera. Negli ultimi mesi le due occasioni offerte da Ilaria Borletti e da Anna Calabro alle ragazze coreane e i giovani novaresi sono emblematiche di come, per fortuna, la cosa abbia fatto breccia anche da noi.

Ora non sappiamo chi abbia ospitato i quattro del Nous, ma certamente gli Amici della Musica di Perugia hanno fatto la loro parte, inserendoli nella prestigiosa stagione invernale.

Li abbiamo ascoltati nel pomeriggio di domenica scorsa alla sala dei Notari e ne siamo rimasti ben impressionati. Non perché suonino in piedi, fatica che nessuno richiede loro. Né siamo avvinti dal fatto che siano in grado di suonare al buio, e quindi a memoria. Queste sono cosa da X Factor. Il fatto sostanziale è che si pongano nella giusta misura davanti allo spartito e ne sappiano trarre le dovute conseguenze.

Oltretutto sacrificando agli altari della musica contemporanea, suonando un pezzo di cauta modernità della celebratissima Silvia Colasanti, star gettonatissima del panorama europeo. Il suo pezzo “Ogni cosa ad ogni cosa ha detto addio” dello scorso anno ha una particolare dedica a Ilaria Borletti, grande personaggio della cultura italiana. Tratto da un testo poetico di Valentino Zeichen gode di una scrittura abilissima, fremente come l’orchestra del Trovatore verdiano, nitida come un’antica partitura barocca. Piace nella misura in cui Leopardi, in un versetto del suo Zibaldone, congetturava che nella musica ciò che il pubblico apprezza è condivisibile dai più, a prescindere dal suo valore.

L’apertura del concerto era stata senza sconti con il tetro umorismo di Shostakovic. I quartetti giovanili trovano nella sua musica il giusto spessore per coniugare liricità, espressione e vigore strumentale e questo brano, il nono della serie, l’op. 117, piace fortemente. Sarà per la citazione della fanfare del Guglielmo Tell, indecifrabile sigla di un periodo politico, il 1964, in cui era pericoloso anche respirare (chi si ricorda del film “Zitto a Mosca”?). Sarà anche per qualche piccatura Klezmer. E poi il nono quartetto, con la sua discorsività, riesce a non appesantirsi della sua complessa struttura, agevolando gli esecutori a mostrare il meglio di sé. Come è accaduto per i Nous.

Ci sono molto piaciuti, comunque, nel brano finale, il Quartetto op. 80 di Mendelssohn. Straripante, come sempre per il musicista tedesco, enfatico e sull’orlo della profezia catastrofica, come una concione di un Padre sapienziale. C’e n’era ben d’onde, perché Felix cantava il suo addio alla sorella Fanny, morta poco più che quarantenne. Ci sarà uno smodato autobiografismo, ma la pagina è veramente bella e si presta a un ascolto coinvolgente. I Nous, giovani di manifesta purezza interiore, ci si sono buttati dentro e ne hanno tolto il meglio. Guadagnandosi un bis di Beethoven. Ma a volte, quando le cose vanno bene, è meglio lasciarle così.

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