Le Variazioni Goldberg di Alexandre Tharaud

di Stefano Ragni – Le Variazioni Goldberg di Bach come lo zucchero del pandoro. Dolcissime, impalpabili, tenui, da lasciarti in bocca un sapore di buono. Cosa rarissima per un titolo che sembra una dichiarazione di guerra e vanta una durata che supera l’ora e un quarto,  patteggiando a stento con la tenuta del pubblico.

Eppure questo miracolo il giovane pianista Alexandre Tharaud l’ha realizzato inserendosi nel cuore e nel cervello degli ascoltatori degli Amici della Musica, accorsi in quantità inverosimile nello spazio civico dei Priori.

Del resto ogni cinque anni una Goldberg ti tocca: è una specie di prova di tenuta di una società di concerti, che deve dimostrare di saper trovare l’interprete giusto per domare questo bestione del repertorio. Qualcosa che più che al gusto dell’ascolto attiene alla razionalità dei numeri primi, impalcata com’è sulla essenza matematica  della musica. Gli oltre trenta pezzi della raccolta che Bach redasse nella convinzione di essere, più che un musicista uno scienziato possono essere affrontati anche da un giovanetto tecnicamente molto dotato. E’ stato provato che adolescenti ai limiti dell’autismo li suonano benissimo: in fondo si tratta di combinazioni numeriche, di vani speculari da risolvere leggendo le istruzioni. Quel che poi è veramente arduo è trasformare i calcoli in poesia sonora, conferendo loro quella imperturbabilità che appartiene all’opera d’arte siderale. Se qualcuno vi dice che gli piacciono le Goldberg state sicuri che mente perchè non si tratta  di musica da godere, quanto piuttosto di un teorema da risolvere.  Il gorgo cognitivo vi attrae e vi ingoia, ed è  l’essenza delle Goldberg: ascoltarle per “esserci dentro”.

Foto Adriano Scognamillo 2Solo quando le avete superate tutte e ritrovate l’innocenza del tema da cui tutto è scaturito, potete dire di essere appagati. Siete, durante l’ascolto, cresciuti dentro, vi siete resettati su una sinusoide che vi ha portato, per quell’oretta e passa, su dimensioni dello spazio che sono il mistero dello spirito.

E’ forse per questo che l’applauso incandescente che ha segnato la fine delle Goldberg, con Tharaud immobile per un paio di interminabili minuti, in attesa che il suono svanisse dal pianoforte, è stato accompagnato da autentiche grida da curva sud.

Per tutti noi non era soltanto il doveroso omaggio al demiurgo, ma era anche un modo per ritrovare la concretezza della terra, dopo aver visitato gli spazi astrali.

Con un suono stupefacente, velato e sommesso, Tharaud ha aperto una per una tutte le porte sapienziali dei canoni e del quodlibet conclusivo: spartito aperto sul leggio, come  un antico codice sapienziale da non perdere di vista, per non distogliersi dalla “lettera” onde afferrare meglio lo spirito.  Una strategia magica quella che ha  guidato Tharaud in un doppio sogno, il suo, percorso da pianista dominatore senza enfasi e da sciamano pulviscolare: il nostro, soggiogati e stregati dalla persuasiva dolcezza, dalla lucida mestizia, risvegliati solo da qualche raffica di sonorità che pure Bach sapeva e voleva evocare. Rimarrà in molti di noi quella tenue malinconia che sboccia quando abbandoni un capolavoro.

Foto Adriano Scognamillo 3Ma il giovane paladino della fede bachiana non ha voluto lasciarci così, offrendoci due saggi della sua magistrale empatia. Prima, pertinentemente, un Rameau che era uno svolazzare di uccelli variopinti, una lacca esotica sognante. E poi, un “rappel a l’ordre”: lo Scarlatti della toccata che tempo fa ci suonò come bis la Argherich. Ma ora, e velocità da Freccia Rossa, un turbine di note, una cascata di suoni, raggelante nel suo  nitido cinismo. Un attimo di smarrimento prima che si riaccendano le luci. Ma è veramente finito?

                                (Foto di Adriano Scognamillo)

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