Alexander Kobrin, la leggenda del pianista al Cucinelli

di Stefano Ragni – Vincere un premio van Kliburn, il leggendario pianista che segnò l’inizio del disgelo fra Russia e America durante gli anni della Guerra Fredda e trovarsi una sala piuttosto sguarnita di pubblico deve essere stata una bella sorpresa per Alexander Kobrin. L’avevamo incrociato al parcheggio, peraltro  scomodissimo per la acclività dolomitica, passo svelto e portabiti in spalla. Ma alle sei meno cinque di ieri il teatro che fa di Solomeo una piccola Sabbioneta trasimena, era a corto di presenze. Allo scoccare dell’inizio del concerto non eravamo poi molti all’appuntamento con un vero principe dell’interpretazione pianistica. Distanza dal capoluogo, vento, minaccia di pioggia?

Un dato su cui Amici della Musica e Fondazione Brunello e Federica Cucinelli, che producevano il concerto, dovrebbero riflettere.

Il fatto è che per uno che gira il mondo si doveva disporre una accoglienza migliore. Chissà cosa dirà di noi in giro, quando Kobrin ricorderà e commenterà questa sua esperienza umbra. Noi che eravamo presenti non abbiamo mancato di manifestare il nostro entusiasmo e di  prodigarci in applausi, ma le cose stanno così.

Certo a sconcertare una parte del pubblico potrebbe essere stato il titolo, che suonava piuttosto minaccioso: “Die Lieben von Schumann”, quando poi Schumann   era l’unico autore a non essere suonato. Qualcuno avrà pensato a quelle corolle di Lieder che gli italiani temono a oltranza. Invece  si trattava di due opere che in particolare il musicista di Kreisleriana apprezzava particolarmente, al punto di avergli dedicato due saggi nelle sue rivista estetico-letterarie che all’epoca forse nessuno leggeva e che oggi, come dimostra la serata, producono ancora effetti disinformanti.

E invece l’impostazione era buonissima, degna di un grande festival e il pianista che si apprestava a sviluppare il soggetto era uno dei più qualificati del panorama internazionale.

Ieri pomeriggio, mentre montava un vento da tempesta, Kobrin si è armato del suo talento per spiegarci come certe scommesse della storia dell’interpretazione Schumann le aveva proprio vinte.  E si trattava della grande sonata in fa minore di Brahms e della parcellizzata  sonata op. 78 di Schubert.

Di questa vorremmo particolarmente parlare, perché dopo la stellare versione monografica che di questo autore ha offerto al Morlacchi la Uchida, la comparazione è a portata di mano. Kobrin sarà meno astrale e meno tantrico, ma il suo Schubert non è stato meno convincente di quello tratteggiato dalla maga giapponese.

L’atteggiamento metafisico era lo stesso: oggi nessuno si accosta  alle grandi stesure pianistiche schubertiane ostentando candore, soprattutto dopo le esternazioni del grande Adorno sulla vastità di paesaggi interiori che il musicista aveva saputo dipingere nella Vienna Biedermeier. Spensierata al punto di non essersi accorta di lui.

Kobrin, di quasi quarant’anni più giovane, ha usato polpa e colore in un capolavoro che, al pari della sterminata si bemolle della Uchida, consente a Schubert di scavarsi un piedistallo nella evoluzione della forma-sonata misurandosi, alla pari, con Beethoven. Il fatto è che il musicista dell’Incompiuta non aveva la collera tipica del maestro di Bonn, ma le idee coincidevano. Narrare epicamente quel che il pensiero può vedere al di là dei suoni e dei pentagrammi, una finestra sull’universo delle idee.

Kobrin ci ha messo di suo il senso di affettività, l’appartenenza a una umanità oggi delusa dal mondo e dai grandi progetti esistenziali. Chi ha colto il senso di “vaghezza” con cui ha aperto il tema in sol maggiore, ha trovato conferme nei movimenti successivi, tratteggiati con dovizia di particolari timbrici e qualche scatto ritmico tipico del virtuoso. Il suono era incomparabile, sugoso come una albicocca di stagione, suggestivo, narrativo, didascalico.

Tutta la destrezza di cui è capace un pianista   di questo livello è rimasta sapientemente sottotraccia e si era attestata così già della Sonata op. 5 posta in apertura di programma. Quanto fatico per un giovane autore emergere in un secolo in cui i musicisti erano tutti di grandezza spropositata. Il Brahms  ancora amburghese  aveva voglia di sfondare il mondo e il pianista moscovita non si è tirato indietro quando si è trattato di scattare sulla tastiera con la velocità di un cobra. Ma le tinte sontuose e accademicamente eleganti hanno intessuto quella struttura densissima che sostiene questa sonata temuta, per quanto affrontata con ardore e desiderio.

Suggestivo quel suo accarezzare i tasti in quel movimento lento, “Andante espressivo”,  che viene considerato uno dei più grande duetti d’amore sul pianoforte, al pari di quelli operistici del Tristano e del Ballo in Maschera.

Che Brahms fosse un sognatore Schumann l’aveva colto all’istante, parlando di un potenziale sinfonismo disteso sulla tastiera da un giovane che aveva la stimmate dell’Eletto. Mentre per la sonata di Schubert aveva  sentenziato  di “enigmi” da Edipo a Colono. Sarà stato schizofrenico, ma Schumann almeno sulla musica degli altri, aveva le idee chiare e il necessario senso della preveggenza che deve essere proprio di un buon critico musicale, come lui si credeva.

Era questo che Kobrin voleva  raccontarci, ma alla fine del concerto, pur tra gli applausi ci guardava  perplesso e un po’ in cagnesco. I nostri entusiasmi alla fine lo hanno convinto a concedere un bis di velluto, suonando su una tastiera trasformata in telaio la “Fille aux cheveux de lin” di Debussy. Impalpabile.

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