Mino Pecorelli, delitto senza castigo

di Francesco Castellini – La sorella di Mino Pecorelli, Rosita, ha chiesto di riaprire le indagini sull’omicidio del giornalista ucciso a Roma il 20 marzo del 1979. Un’istanza in tal senso è stata depositata il 17 gennaio alla procura della capitale dal suo legale, l’avvocato perugino Valter Biscotti.
pecorelli ansaL’omicidio di Mino Pecorelli, direttore di Op, Osservatorio Politico, è uno dei casi irrisolti più controversi della storia giudiziaria italiana. Il giornalista venne ucciso con quattro colpi di pistola, tre alla schiena e uno in bocca, appena dopo essere salito sulla sua auto parcheggiata in via Orazio, nel quartiere Prati. Fu barbaramente assassinato appena dopo aver lasciato la redazione di Op per tornare a casa. Lo ammazzarono sparandogli con una pistola calibro 7.65 munita di silenziatore.
Nella richiesta di un nuovo processo si chiede ai magistrati guidati da Giuseppe Pignatone di riaprire le indagini sulla base di un vecchio verbale di Vincenzo Vinciguerra, un ex estremista di destra. In quelle dichiarazioni raccolte dal giudice Guido Salvini nel 1992, si sostiene di sapere chi avrebbe avuto in custodia la pistola usata per uccidere Pecorelli. Verbale poi trasmesso alla procura di Roma i cui accertamenti non hanno portato a sviluppi investigativi.
«Cerco la verità e non mi arrenderò finché non l’avrò scoperta»: Rosita Pecorelli commenta così la decisione di chiedere la riapertura dell’indagine sull’omicidio del fratello Mino. E’ quanto ha dichiarato all’Ansa. «Voglio solo sapere chi ha ucciso mio fratello» ribadisce.
valter biscotti L’avvocato Valter Biscotti (nella foto a lato) si è detto “onorato” di rappresentare Rosita Pecorelli.  «A mio giudizio – dice il legale – ci sono elementi tali da consentire ulteriori accertamenti. È un atto dovuto a Pecorelli, per continuare a cercare la verità».

Per l’omicidio furono processati e assolti Andreotti, Vitalone, Badalamenti, Calò, La Barbera.
La prima inchiesta venne archiviata nel 1991 dal pm di Roma Domenico Sica. Le indagini portano al coinvolgimento di personaggi come Massimo Carminati, Licio Gelli, Antonio Viezzer, Cristiano e Valerio Fioravanti, ma tutti vengono prosciolti per non avere commesso il fatto il 15 novembre 1991.
Un anno e mezzo dopo, il 6 aprile del 1993, il pentito di Cosa nostra Tommaso Buscetta accusa Giulio Andreotti di contiguita alla mafia davanti ai pm della procura di Palermo. Il senatore a vita viene iscritto nel registro degli indagati il 14 aprile.
In base alle dichiarazioni di Buscetta il pm capitolino Giovanni Salvi indaga anche Gaetano Badalamenti e Giuseppe Calò. Nell’agosto del 1993 i pentiti della Banda della Magliana coinvolgono il magistrato romano Claudio Vitalone. Il 17 dicembre 1993 il fascicolo viene inviato alla procura di Perugia, competente ad indagare sui magistrati romani. Nel 1995 parlano altri due pentiti della Magliana, Fabiola Moretti e Antonio Mancini: finisce indagato il boss Michelangelo La Barbera e i pm umbri chiedono la riapertura dell’inchiesta su Carminati. Il Cecato otterrà il proscioglimento col rito immediato poco dopo. A novembre, invece, vengono rinviati a giudizio gli altri imputati. Quattro anni, 128 udienze e 231 testimoni dopo, la procura chiede la condanna all’ergastolo di Andreotti, Vitalone, Badalamenti, Calò, La Barbera.
Dopo 102 ore di camera di consiglio, però, la corte d’Assise assolve tutti per “non aver commesso il fatto”.

Nel 2002 la procura generale in Corte d’Appello chiede di condannare gli imputati a 24 anni di reclusione. Il 17 novembre i giudici riformano parzialmente la sentenza di primo grado: Andreotti e Badalamenti sono condannati a 24 anni di reclusione come mandanti del delitto. Confermate le assoluzioni per gli altri imputati. Sentenza annullata il 30 ottobre del 2003 dalle Sezioni unite della Cassazione che assolvono definitivamente Andreotti e Badalamenti e confermano il proscioglimento di tutti gli altri imputati.
Pecorelli rimane un morto senza assassini. Adesso, alla vigilia dell’anniversario numero 40 dell’omicidio, ecco la richiesta di riaprire le indagini.

***
antonio cornacchia libroSul caso siamo onorati di ospitare su queste colonne l’intervento dell’ex generale dei Carabinieri Antonio Federico Cornacchia, (nella foto a lato al tempo dei fatti) uno degli eroi e coraggiosi protagonisti di quei terribili “Anni di piombo”.


LA SUA DIRETTA TESTIMONIANZA

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Generale Antonio Cornacchia

Quella che segue è una breve sintesi del mio vissuto sul tragico evento. Non potevo che fosse rimasto o continuasse ad assere avvolto dall’oblio. Non me lo sarei perdonato. Mino, giornalista, editore anche uomo coraggioso, temerario, spregiudicato ma consapevole e cosciente del proprio operato. Anche veggente, direi, indiscusso profeta, abilissimo non tanto ad esaminare gli archivi, le enciclopedie universali, ma la sfera di cristallo, teso a svelare la verità che nessuno, me compreso, è stato in grado o voluto prendere nella dovuta considerazione. Si sarebbe potuto tramandare alle generazioni, alla storia traccia indelebile, ma differente, della nostra martoriata Italia.

Un tempo, ma in apparenza, per il lento, flemmatico trascorrere degli anni, a primeggiare erano i “lustri”, quale punto di riferimento e datare, le cerimonie commemorative, rievocare il passato, vivificare la memoria di accadimenti. Oggi, per le ridotte distanze, sollecitato a ‘cogliere l’attimo’ (confidando meno possibile nel domani), si preferisce che siano i “decenni” a fare da tappe alle celebrazioni, alle ricorrenze per non dimenticare e poter lasciare traccia per le generazioni a venire.
(“Traccia!”, mi sia consentito un aneddoto, direi curiosità da far, comunque, riflettere, ma di alcuna attinenza con l’argomento prescelto).
“Comandante, per lei è superfluo” mi rifilava nel suo studio privato di Montecitorio, nel mese di aprile del 1983, l’allora premier Giulio Andreotti in un incontro chiarificatore per una incomprensione tra me e l’on. le Tina Anselmi, Presidente della Commissione d’inchiesta Parlamentare sulla Loggia massonica P2 di Licio Gelli, “nella vita è bene non lasciare traccia”.
Non stetti a riflettere e, di rimando: «Presidente, altro pezzo della sua saggezza? Non vorrà rammentarmi che: “Pensare male degli altri è peccato, però spesso si indovina?”». Si mostrò impassibile, freddo, o quasi, come nel suo stile e modo abituale di comportarsi. Per il senatore Franco Evangelisti, suo fedelissimo, il Divo avrebbe apprezzato la mia prontezza di spirito, o di riflessi?
«Generale ci siamo sentiti per il quarantennale di Aldo Moro, non sarà il caso di rivederci anche per quello di Mino Pecorelli: 20 marzo 1979-20 marzo 2019?».
Così un amico giornalista portato a rispolverare date, scadenze, anniversari del periodo nebbioso della Repubblica Italiana – c.d. Anni di Piombo -. «Sono ben lieto di incontrarlo per un téte- à- téte che ci faccia andare a ritroso, rievocare e rivivere, sebbene idealmente, gli innumerevoli flash che potrebbero agevolare l’individuazione di schede mentali, in certo qual modo sopite, ma pregne di appunti, semplici sigle, spunti e particolari che facciano da tasselli a “puzzles” irrisolti o da cornice a quadri, a tutt’oggi, non potuti esporre».

Pecorelli 1
Al momento del rinvenimento del suo cadavere in via Orazio, nel tardo pomeriggio del 20 marzo 1979, Franco Alfano, del Tg2 (autore dello scoop sul rinvenimento in via Caetani a Roma del cadavere di Aldo Moro, alla ore 13,40 del 9 maggio 1978), mi stimola: «Leggi gli ultimi O.P., potresti trovare spunti interessanti per le indagini». Una imbeccata concretizzatasi in letture, esami, analisi attente e minuziose anche di altra documentazione, per rendermi conto della personalità di un “personaggio”, prima mai incontrato.
Molto abile nel procurarsi notizie ghiotte sul retroscena del mondo politico-economico e finanziario; un modo di scrivere, uno stile il suo tra l’allusivo e il sogghignante. Che fosse possessore di un archivio, di una enciclopedia ancorché vasta sarebbe riduttivo. Direi, invece, di una sfera di cristallo abilissimo a manovrarla, leggerla e scrutarla da vero veggente, auspice, anche profeta?

op-il-mio-sangue-ricada-bnLa sua rivista O.P. (Osservatore Politico), per molti è solo un periodico scandalistico. Per altri, invece, uno strumento di ricatto e condizionamento del mondo politico, legato ai Servizi Segreti. Di certo è che il direttore di O.P. è legato ad alcuni corpi dello Stato, (compreso il generale C.A. Dalla Chiesa). La relativa testata diviene ben presto nota, soprattutto a politici, dirigenti statali, militari, agenti dei Servizi Segreti, industriali di un certo spessore, che la studiano per scorgerci indicazioni su cosa che è successo o previsioni su cosa sta per accadere.
È nel suo stile descrivere con aggressività quadri programmatici leciti e illeciti, anticipare mosse, spiegare fatti strani, svelare piani, individuare fronde e intuire tradimenti. Il che non gli potrà procurare che inimicizie.

Indaga sui segreti del delitto Moro e annuncia che il 15 marzo ’78 (coincidenza, strana? con le idi di marzo del 44 a.C. data dell’assassinio di Giulio Cesare), accadrà qualcosa di gravissimo in Italia. Sbaglia di un giorno. Il 16 marzo Moro viene sequestrato e la sua scorta trucidata. (In seguito si saprà che le BR avevano inizialmente deciso di rapire Moro il 15 marzo). Il suo O.P. pubblica tre lettere inedite (non note neanche agli inquirenti) del leader Dc, spedite dalla prigione del popolo a familiari e amici. Secondo Pecorelli, durante il sequestro Moro, il generale Dalla Chiesa, (nel ’78 ne profetizza la morte, tanto da definirlo Amen), aveva informato il ministro dell’interno Cossiga dell’ubicazione del covo in cui era detenuto. Ma Cossiga “non aveva potuto far nulla perché doveva sentire più in alto, magari sino alla “Loggia massonica di Cristo Re in Paradiso”, per il giornalista la “Loggia Vaticana”.

Nel gennaio del 1979 va al carcere di Cuneo proprio con Dalla Chiesa per la ricerca del Memoriale di Aldo Moro. È vicino alla scoperta di inquietanti verità. Teme per la sua stessa vita. È minacciato. Sulla sua rivista (O.P.) compare una nota “A futura memoria”. «I nostri lettori e coloro che ci stimano saprebbero riconoscere immediatamente la mano che ha armato chi vorrà torcerci anche solo un capello». Lancia anche ambigui messaggi. Nei numeri 27, 28, 29 di O.P., ottobre 1978, scrive: «Non credo all’autenticità del memoriale, o alla sua integrità, e alle banalità che sono state riportate alla luce. Moro non può aver detto quelle cose e solo quelle cose arcinote; non era stupido, dicendo solo quelle cose, sapeva che non sarebbe uscito vivo dalla prigione. Quindi c’è dell’altro. Così ora sappiamo che ci sono memoriali falsi e memoriali veri. Questo qui diffuso è anche mal confezionato. Ma con l’uso politico di quello vero, e anche con il ritrovamento di alcuni nastri magnetici dove “parla” a viva voce Moro, ci sarà il gioco al massacro. Inizieranno i ricatti». Anche gli assassinii, alcune decine. Oltre agli uomini della scorta e lo stesso Moro, il colonnello CC Antonio Varisco, il generale CC Enrico Galvaligi, il generale CC Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti-Carraro e l’Agente P.S. di scorta Domenico Russo, Franco Giuseppucci, capo della Banda della Magliana, Nicolino Selis di detta Banda, Stefano Bontate e Salvatore Inzirillo, della Mafia, Francesco Varone, detto “Rocco” della ’Ndrangheta, Vincenzo Casillo, luogotenente del Capo della Camorra Raffaele Cutolo. Tony Chichiarelli, il falsario (autore del comunicato 7 – falso – delle Brigate rosse), lo stesso Mino Pecorelli ed altri.

Nel gennaio del 1979 Pecorelli annuncia nuove rivelazioni sul delitto Moro: «Torneremo a parlare del furgone, dei piloti, del giovane dal giubbetto azzurro visto in via Fani, del rullino fotografico, del garage compiacente (di via Massimi 91, zona Balduina, di proprietà del Vaticano?) che ha ospitato le macchine servite all’operazione, del prete (Mons. Antonello Mennini, oggi Nunzio Apostolico a Londra?) contattato dalle Br, del passo carrabile al centro di Roma, delle trattative intercorse…». Rimane un annuncio, perché il 20 marzo 1979 è assassinato.

OP-OSSERVATORE-POLITICO-MINO-PECORELLI-ANNO-1-N-34Sembra convinto, o quasi, di dover svolgere una vera e propria missione: attaccare Giulio Andreotti. Nel numero del 6 febbraio 1979 O.P., infatti, comincia una campagna contro il Presidente del Consiglio “il Divo Giulio”, riprendendo da una parte le accuse contenute nello stesso memoriale Moro e dall’altra ne lancia di nuove. Andreotti viene definito “un capo assoluto al quale tutto per la ragion di Stato viene concesso”.Con feroce, allusivo sarcasmo il giornalista lo critica per i rapporti con l’Onorevole Salvo Lima (fedelissimo referente democristiano in Sicilia), e gli affibbia soprannomi, alcuni dei quali poi entrati nel comune gergo giornalistico: “Divo Giulio”, “Padrino”, “Super padrino”, fino all’ultimo, dispregiativo, “Biscione”.
Era solito, con i suoi articoli, “denunciare sempre episodi di malcostume e corruzione”, spesso con “puntuali e documentate anticipazioni”, rendendo noto verità indicibili, da assurgere a protagonista e anche a paladino della moralità pubblica.

L’iter giudiziario, caratterizzato da innumerevoli tormentose udienze (1° e 2° grado), con sul banco degli imputati personaggi di spicco del mondo politico, giudiziario e della criminalità comune organizzata: Giulio Andreotti, Claudio Vitalone, Gaetano Badalamenti, Giuseppe Calò, Massimo Carminati, elementi della Banda della Magliana, si conclude con la piena assoluzione degli imputati. L’omicidio Pecorelli resta senza colpevoli. Ma le “Carte”, puntualizza il PM Fausto Cardella, oggi Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Perugia, “restano per chi voglia conoscere un pezzo della nostra storia, ancora da scrivere”.
Sì, un pezzo di storia che attiene ad un periodo oscuro, ambiguo, minaccioso e… misterioso, connotato, tra l’altro, da: il memoriale di Aldo Moro scomparso; le banche di Michele Sindona (avvelenato in carcere); lo scandalo dell’Italcasse (Istituto di credito delle Casse di Risparmio Italiane che erogava “fondi neri” per finanziare illegalmente i partiti e “fondi bianchi” per concedere crediti a imprese collegate a gruppi di potere, protettori dei partiti: fratelli Caltagirone, La Nuova Famiglia con a capo Domenico Balducci e Giuseppe Calò, detto Pippo della mafia romana e siciliana); la truffa del petrolio (che vede coinvolti i vertici della Guardia di Finanza in un illecito traffico di ingenti quantità di petrolio prelevato dalla Libia); la S.I.R.(Società Industria Resine) diNino Rovelli ed altre vicende.

Anche nel pubblicare la documentazione riguardante il sequestro del leader democristiano (comprese le citare lettere dello statista indirizzate dalla prigione del popolo ai familiari), svelava sconvolgenti retroscena, da rendersi inquietante e pericoloso. Anche per questo, ancora oggi, si vorrebbe non fosse ricordato, non solo per la sua cospicua mole di articoli pubblicati, ma anche per le migliaia e migliaia di pagine del processo celebrato presso la Corte di Assise di Perugia, che nonostante i non pochi decenni trascorsi sembrano, più che da ombra, fare da spada di Damocle. Chi ha ancora paura della verità?

Per il pm Alessandro Cannevale, che con Fausto Cardella ne sostenne l’accusa: “Pecorelli è il precursore di un giornalismo aggressivo, impertinente, spregiudicato. Dalle colonne del suo giornale egli lanciava stilettate che colpivano un obiettivo preciso, ma non sempre chiaramente individuabile da tutti i lettori. Certamente però individuato da uno di essi: l’obiettivo stesso. Questo poteva cambiare repentinamente: la persona oggi difesa ed apprezzata poteva essere attaccata con violenza nel numero successivo. E viceversa. Le sue rivelazioni, spesso “a puntate”, tenevano col fiato sospeso gli interessati. La sua tecnica era quella di lasciare intendere che sapeva di più, che aveva altre prove. Era un giornalista molto curioso e capace, ma nell’estorcere informazioni, non nell’estorcere denaro. Con i pregi e i difetti insiti nella natura umana è stato un giornalista appassionato, antagonista alla sinistra, ma non per questo indulgente alla sua parte. Non c’è dubbio che la causale del delitto vada ricercata nell’attività professionale di Pecorelli e non in vicende della sua vita privata o in fatti estemporanei”.

Dunque, personaggio scomodo, di troppo. Il suo assassinio non poteva passare inosservato allo stesso Andreotti che, alla data del 20 marzo ’79, dopo aver accennato alla crisi di governo appena risolta (V governo Andreotti), sul diario annota: “E’ assassinato a Roma il giornalista Mino Pecorelli”. Il 25 successivo, però, scrive: “Ceccherini Giorgio (suo collaboratore) mi informa, ma non credo, che fanno correre voci che esistono degli assegni miei a Giannettini (Guido, giornalista, agente “Zeta” del Sid, sponsorizzato dal “Divo”), e che Pecorelli li stava pubblicando”. Con ulteriore una postilla stuzzicante: “Non ho tempo né voglia di occuparmi di queste cose”. Andreotti preferiva, quindi, non occuparsi di certe cose, forse per evitare che continuassero ad infastidirlo?

La sua eliminazione fisica venne recepita con distacco, si direbbe freddezza, o quasi. La stampa, screditando la sua figura, piuttosto incline a dipingerlo come ricattatore fallito, forse per ossequio verso quegli ambienti politici contro i quali Pecorelli era solito lanciare strali. Infamia, cattiveria e meschinità gratuite. Se fosse stato ricattatore avrebbe potuto accumulare ingenti somme. Ma alla sua tragica scomparsa disponeva di quel tanto che non riusciva a far fronte alle spese necessarie per la stampa della sua rivista. Non si spiegherebbe l’incontro riservatissimo ma subdolo, macchinoso e temerario del 24 gennaio ’79 al ristorante Famiglia Piemontese nel corso del quale: il Senatore Dc Franco Evangelisti, il Gen. le Donato Lo Prete, Vice Comandante della Guardia di Finanza, Walter Bonino, uomo di fiduciadi Nino Rovelli della S.I.R. (Società Industria Resina), i magistrati Claudio Vitalone e Carlo Adriano Testi convincono Mino Pecorelli, (che aveva minacciato la pubblicazione della copertina con gli assegni ad Andreotti), a desistere dagli attacchi contro il “Divo”.
Il giornalista, rifocillato di quanto necessitasse per la sopravvivenza della sua rivista, ne usciva vittorioso con: una saldatura di un conto di 30 milioni alla tipografia che stampava l’O.P., un contratto pubblicitario per l’O.P. nello stabilimento tipografico di Ciarrapico e una “prebenda” di 15 milioni da parte del Senatore Evangelisti.

Sin dalle prime battute, le indagini sul suo assassinio, ci inducevano a porre degli interrogativi:
– Da chi riusciva ad attingere notizie circostanziate, delicate, pericolose su personaggi di certo calibro?
– Chi, sentendosi minacciato, avrebbe potuto farlo eliminare?
Certamente usufruiva delle “veline“ dei Servizi Segreti (correva voce che l’Agenzia O.P. fosse del Sid (Servizio Informazione Difesa), diretto allora dal generale Vito Miceli, che Pecorelli difendeva attaccando Andreotti, acerrimo avversario dell’Alto Ufficiale perché legato ad Aldo Moro.

In una intervista pubblicata nel giugno 1993 dal Corriere della Sera, a firmadi Paolo Graldi, l’avvocato Gianfranco Rosini rivela: “Ero andato a trovarlo poche ore prima che fosse ucciso. Mino mi aveva confidato che per circa due anni era stato una specie di segretario personale di Andreotti. Io dissi: “Un personaggio ambiguo questo Andreotti”. E lui rispose: “Uno dei grandi criminali della storia, sto approntando un fascicolo documentatissimo che svelerà chi è veramente Andreotti e quali e quanti siano i suoi crimini”.

La Cassazione non ha condiviso la linea dei giudici di Perugia secondo i quali Andreotti negli anni Settanta aveva fatto arrivare alla S.I.R. di Nino Rovelli finanziamenti agevolati e contributi a fondo perduto non solo dal ministero per gli Interventi straordinari per il Mezzogiorno da lui diretto, ma anche dall’istituto di credito Italcasse, poi fallito. In cambio aveva ricevuto da Rovelli cospicue tangenti pagate tramite assegni circolari intestati a nomi di fantasia. I titoli di credito erano poi finiti in mano a esponenti della banda della Magliana, a boss mafiosi legati a Tano Badalamenti, e al patron del Cantagiro Ezio Radaelli.

Pecorelli, prima della sua morte, sta per pubblicare sulla sua rivista O.P. le fotocopie delle matrici degli assegni in un servizio dal titolo “Gli assegni del presidente”. Non fa in tempo.

Così la sorella Rosita ricorda il suo ultimo incontro con Mino: “Un mese prima di essere ucciso mi pregò di andare a casa sua. Era distrutto: mi disse che non aveva più una famiglia, che faceva tutto da solo, che il mal di testa lo torturava. Piangeva come un bambino. A me sembrò anche molto spaventato”. Ed aggiunge: “Certo Mino sapeva molte cose. Era divenuto anche pericoloso, del quale doversi sbarazzarsi e ci sono riusciti. Credo ed ho fiducia nella Giustizia terrena ma, quale credente, ci sarà anche e, soprattutto, quella dalla quale nessuno potrà o riuscirà a sottrarsi”.

Rosita non intende arrendersi. Vuole, nell’avere giustizia, conoscere finalmente l’assassino del fratello.

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