L’orchestra Cordia celebra Rossini

di Stefano Ragni – Sono entrati in processione, strascicando i piedi come antichi penitenti e imbracciando i loro strumenti e suonandoli. Li precedeva il lugubre rintocco della grancassa. Nella sala dei Notari gli Amici della Musica celebravano, tre mesi dopo la chiusura delle celebrazioni mondiali, il loro ricordo della figura di Gioachino Rossini, un nome che ricorre molto raramente negli annali di una istituzione prevalentemente cameristica. Ma quando ci sono i centenari da rispettare si può farlo in modo stupefacente come quello che abbiamo avuto la fortuna di ascoltare, in un sabato sera carico di aspettative e grondante di sorprese. Perché quando si tratta dell’ensemble Cordia, formazione che nasce a Brunico, in quel dell’Alto Adige e vanta il suo debutto a Vienna, la parola qualità si associa a un uso intelligente degli strumenti di fattura antica, come quei clarinetti e quegli oboi il cui suono evoca immancabilmente un feroce mal di denti, ma che pure erano gli arnesi sonori per i quali Gioachino scrisse i suoi capolavori. Lui, veramente, si occupava più di voci, ma il violoncello lo suonava e le sue orchestrazioni, sin dagli esordi, sapevano di Haydn e di Mozart. Ora il violoncello è lo strumento che suona Stefano Veggetti, il direttore e il creatore di Cordia, ma lo fa seduto  tra i leggii dei suoi colleghi, senza improvvisarsi, al pari di molti suoi colleghi, improbabile concertatore. L’efficacia è comunque straordinaria, anche perché nell’operazione perugina, sono coinvolti anche alcuni strumentisti dell’orchestra barocca di Göteborg  e gli esiti sono a dir poco strabilianti.

La processione dunque, dalla sala dei Sindaci al palco, attraverso mezza sala. La musica era quella della marcia funebre della Gazza Ladra, e sarà proprio il rullante a dare inizio, una volta schierati in pedana, alla sinfonia dell’omonimo melodramma. E’ certamente una delle sinfonie più ascoltate di Rossini, a parte l’uso che ne sta facendo la pubblicità della Coca Cola, anche perché Kubrik la usò  drammaticamente nella sua “Arancia meccanica”. Nel ’73 Dino Risi la utilizzò, con esiti morbosamente esilaranti, in un episodio di “Sesso Matto” con Laura Antonelli e Giancarlo Giannini.

Oltretutto i Cordia, ricordando che Gioachino era nato nell’età napoleonica, hanno staccato il tempo e il metro ritmico adottato dall’Armée del grande Corso per far marciare i soldati che, notoriamente arrivavano galvanizzati sempre prima di quando prevedesse il nemico.  Con le conseguenze che sappiamo.

a50da2a3-3b12-42ac-8c49-239d2e508830Da qui abbiamo capito cosa ci aspettava nella serata, ovvero un percorso affascinante tra i suoni d’epoca dell’orchestrazione rossiniana, con quei corni che ululavano con disperazione, le trombe che però rispondevano “alla moderna” e i tromboni in equilibrio ibrido sulle ance esposte pericolosamente allo scrocchio. Ma su tutti si spalmava il brivido degli archi, suonati con un rapporto con le corde che sarà “storico” ma che a noi sa di efficacia modernissima. Soprattutto per l’inclinazione dei crini che fa vibrare le corde come folate di vento, cosa che nel finale, il Guglielmo Tell, provocherà un verosimile scroscio di uragano. Quel che rende ancor più pregevole l’ impaginazione timbrica dei Cordia è la presenza di quel fortepiano chiocciante che risponde con piccoli rivoli melodici agli inserti melodici più conosciuti. E’ come retrogusto  di cui si avverte appena l’aroma, ma che fa “strano” al punto giusto.

In appena sessantacinque minuti, troppo pochi, ma sufficienti a scatenare il senso di gioiosa assemblea che caratterizza tutto il concerto, si percorrono sei sinfonie-ouvertures del grande pesarese, dalla Cenerentola, scattante come non mai e letteralmente radiografata dal crepitio degli archi, al Maometto Secondo, opera napoletana degli anni delle rivoluzioni carbonare, una grande gesto di coraggio con cui Rossini si assicurò, forse malvolentieri, un posto tra i padre musicali del Risorgimento. L’opera nasceva sull’onda dei moti costituzionali dei liberali napoletani e fu ripristinata, anni dopo, in Francia, dai fermenti della libertà della Grecia dall’oppressore ottomano. E’ una musica di una intensità pari a quella del Mosè e dell’Ermione, e analogamente è misconosciuta. Ma d’altra parte, se la storia ha optato per il Rossini comico, c’è poco da controbattere.

Semiramide: un elogio ai corni, mai così efficacemente “babilonesi”, e Barbiere di Siviglia che frizza con incredibile trasparenza.  Perché poi, in realtà è questa la cifra costitutiva dell’eccellente  livello  qualitativo dei Cordia, ovvero una leggerezza e una purezza che sono impensabili per un’orchestra sinfonica di tradizione. Tutto vibra più “corto” e quindi il suono si espande  con la efficacia di una freccia, schioccante e precisa. Un uso intelligentissimo del “Crescendo” modella l’espansione sonora, ma accorti ribilanciamenti abbassano l’intensità per poi rigonfiarla: mai sentito una cosa del genere. Dovrebbe fare scuola.

Chi ascolta ne è colpito e con le sue orecchie legge in maniera diversa ciò che già conosceva, o credeva di conoscere. E ringrazia i Cordia capaci  di sollevare  quella tempesta di suono del conclusivo Guglielmo Tell che rimbalza sugli stemmi della sala come un ditirambo bacchico, follemente gioioso.

Per rispondere all’entusiasmo del pubblico Veggetti e compagni si producono, anche cantando, nell’incredibile finale del Viaggio a Reims, poi, con la prontezza di un drappello di dragoni, si ricompongono per la replica del Tell. Se suonano così Rossini, cosa saranno capaci di fare con Mozart?

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