Quartetto Belcea, furore e contemplazione

di Stefano Ragni – C’è da chiedersi di che materia siano forgiati personaggi come i quattro solisti di arco che compongono il Quartetto Belcea e che hanno suonato per noi domenica pomeriggio, nella sala dei Notari, ospiti degli Amici della Musica di Perugia.
Che tre uomini si raccolgano intorno a una donna, la rumena Corina, la titolare del nome del complesso è un dato fattuale che racchiude già il nocciolo di una situazione. Ma che poi tutti insieme concorrano a consolidare un complesso capace di produrre in una sola serata sensazioni straordinarie, ci fa riflettere sulla loro particolare umanità: cosa leggono, come passano il tempo libero, per chi votano, dove vanno in vacanza?

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In sostanza, musicisti di questa levatura sono poi in grado di vivere come noi, scendendo dagli spazi siderali in cui operano quando suonano? E visto che vivono a Londra avranno una loro opinion sulla Brexit?

Discorsi da cane che abbaia alla luna. Ma per noi che viviamo coi piedi piantati in terra l’interrogativo di cui sopra non è pleonastico.

Che ci siano ore di studio, da più di venti anni, non è esattamente il motore primo della loro capacità di stendere un programma dove due capolavori della medesima consistenza si sono affiancati in una concertazione che non ha lasciato niente di intentato per trascinarci nel vortice di una emozione rara.

Hanno cominciato con un Haydn che ha faticato non poco a stagliarsi al disopra del brusio, del rumoreggiare della folla domenicale di corso Vannucci. Corina impugnava il mitico Guadagnini del 1755 che dialogava sulle medesime corde armoniche dalla viola Amati, anno 1670 suonata da Kzrystof Chorzeleski, cofondatore del quartetto. Axel Schacher e Antoine Ledelrin, ambedue francesi, hanno rispettivamente un volino Lupot del 1824 e un violoncello Goffriller del 1722 che contribuiscono al bell’impasto organologico, delineando una sfera acustica di una preziosità da urlo. Solo così sarebbe già una gioia ascoltare le corde che si chiamano e si rispondono. Ora c’è la componente emozionale e quella ti trafigge al primo accordo.

55823822_10216751462972621_2391478858890084352_oSiamo certi che si possa suonare l’op 76 n. 2 di Haydn in maniera più distesa, senza la aggressività che imprime alla sua parte la fremente Corina. E’ l’atteggiamento della modernità quella di imprimere alla musica una dinamica sempre al massimo delle sue possibilità. Certamente Haydn non l’ha pensata così e magari certe parti dei tempi veloci avrebbero potuto godere di una fluidità più morbida e distesa. Ma l’impennata virtuosistica fa parte, oggi, della vetrina di un quartetto di prestigio: ci ricordiamo certe cose degli Amadeus e del Quartetto Italiano che oggi forse non sono più riproponibili, ma questo concerne la reificazione del patrimonio musicale che non può essere suonato, né ascoltato come se il millennio non avesse girato pagina.

Prendiamo per buona quindi questa versione dei Belcea, anche perché tanto la cosa più importante era quella che veniva dopo, il terzo Quartetto di Britten. Qui, in cinque pannelli che si incatenano secondo una logica di amplificazioni umorali il senso incombente di una morte personale si fonde con quello del mito della città che da sempre “muore”, Venezia. Britten completò il suo capolavoro li’, nel 1975, irrorandolo dei cascami della sua opera “Morte a Venezia”, sovrapponendo senso dello splendore e tetraggine di muffe e di alghe salmastre, di tramonti negati e di acque putride. La musica non galleggia, ma rimane ostinatamente ancorata sul fondo, assumendo la viscida consistenza dei tentacoli di una medusa (Solo: very calm), fino a dissolversi nella Passacaglia finale, indicata come “La Serenissima”. Da parte del Belcea sonorità invetriate, riflessi da mosaico, brividi sottotraccia, inquietudini non definite.

Dopo aver ascoltato col fiato in gola questo taccuino di un viaggio verso acque profonde, la presenza, nella seconda parte del concerto, del quartetto op. 132 di Beethoven necessitava di un certo impegno da assumere con convinzione. Accordi storici quelli che scaturiscono dal quartetto londinese, col necessario allineamento a tutte quelle versioni che qui a Perugia abbiamo ascoltato dai grandi complessi della storia. Per una formazione da terzo millennio come i Belcea non si tratta di rivalutare quel che è già passato, ma piuttosto di rendere percettibile il senso scientifico con cui oggi si affrontano i grandi prodotti beethoveniani. Dismessa l’epica, resa obsoleta l’etica, annullato l’enigmatico, ecco le pure strutture: Wittegenstein e non Kant. Una riflessione sul linguaggio e non sulla sostanza delle forme. E soprattutto la purezza con cui i Belcea hanno voluto leggere l’arcano beethoveniano, la dinamica sempre aperta a soluzioni brillanti, la trasparenza di un reticolo animato da fili elettrici, corde ad alto voltaggio. Quanto nell’op. 132 grondava di letteratura ha lasciato spazio per uno sguardo infinito sulle possibilità di condividere ancora, con questa musica, un futuro. Applausi di gratitudine dal pubblico, veramente un po’ meno guarnito di quanto avremmo voluto: è l’orario pomeridiano che non premia.

Fuori programma con Shostakovic, vigoroso, tesissimo, suono tagliente, corde di acciaio, e la certezza che è proprio il grande Novecento, Britten, Shostakovic, Bartok, ad aver reso diverso quel che il quartetto d’archi tramandava dall’epoca classica.

                                                                   (Foto di Adriano Scognamillo)

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