Musiche corali dirette da padre Giuseppe Magrino

di Stefano Ragni – Il profondo legame che Laura Musella sente per la sua parrocchia di appartenenza la porta a offrire periodicamente alla chiesa di san Giuseppe artigiano un bel concerto della serie di Omaggio all’Umbria. Il pomeriggio di ieri, domenica, va considerato il pannello preparatorio dell’exploit di sabato prossimo, quando il duomo di Orvieto ospiterà i complessi del san Carlo di Napoli per un solenne Requiem di Verdi.

Quello che invece i parrocchiani di padre Antonio si sono potuti godere è stato un bel programma della Cappella Musicale della Basilica Papale di san Francesco d’Assisi, una serie di musiche corali dirette da padre Giuseppe Magrino, appena ritornato da un lungo soggiorno pastorale in Uruguay, il paese della sua giovinezza.

Il fatto che appena due giorni prima i vocalisti assisani avessero cantato per i sovrani di Giordani e la cancelliera Merkel in uno dei non rari incontri di pace che si svolgono nella basilica serafica, rende palese come il coro sia un vero biglietto da visita delle virtù umane e civili del nostro territorio e che la musica da esso cantata sia uno dei più potenti veicoli per confermare e accentuare contenuti di confronto e di socializzazione.

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Sotto l’indicazione di un percorso “Per Crucem ad lucem” il concerto aveva la particolare connotazione di una intelligente utilizzazione del ricchissimo patrimonio della biblioteca del convento assisiate, dove generazioni di maestri di cappella, succedutisi nei secoli, hanno lasciati la concreta impronta della loro operosità

Apertosi con una antifona a sole voci maschili di padre Borroni, “Adoramus Te, Christe”, il concerto ha elencato bellissime pagine di altri maestri della cappella francescana, come il padre Paolucci, attivo fino al 1776, e padre Musilli, spentosi nel 1880. La loro musica, pur nella diversità cronologica, risultava vigorosa e piena di competenza, mai dimentica delle risorse del contrappunto, ma stesa in un’ottica di eseguibilità dai complessi corali di allora, che ovviamente erano solo a voci virili, “cum infantibus”. Una finestra aperta sulla modernità ha convinto padre Magrino a concertare anche il Resurrexit di Marco Betta, pagina di vigorosa apertura e di delicato finale, dopo uno svolgimento complesso e articolato, ricco di suggestioni. Qui è risultato determinante l’apporto dell’organista della basilica papale, Eugenio Becchetti, abituale partner dei cantori.

In successione si sono cantate due pagine di Domenico Bartolucci, prestigioso direttore perpetuo della Cappella Sistina, nominato cardinale e due passi dalla sua scomparsa. L’unico per ora, nella storia della musica dei nostri giorni. Si trattava dell’arcaico “Cantate Domino” e del più attualizzato “Francesco povero”. Verso la chiusura si è potuto riascoltare quel piccolo monolite verdiano che è il “Tota Pulchra” di Borroni, musicista che fu compagno di Rossini e che in questa sua antifona non volle nascondere il suo amore per il melodramma dell’epoca. Al centro del concerto si era ascoltata una versione ottocentesca dello Stabat Mater, musica che proviene dal lontano medioevo umbro e che solca il passare dei secoli con la forza di un messaggio universale: il dolore di tutte madri davanti ai propri figli uccisi, indignazione e rassegnazione illuminati solo dalla visione della “Paradisi gloria”.

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