Sokolof al Morlacchi, Eschilo alla tastiera

di Stefano Ragni – Una vera sfinge. Così sabato sera Grigory Sokolof si è presentato al pubblico degli Amici della Musica in un teatro Morlacchi praticamente pieno. Ci siamo trovati davanti ancora una volta ad un artista singolare, che si presenta ai suoi ascoltatori con un enigmatico senso di silenzio interiore, ma che poi si proietta repentinamente sulla tastiera del pianoforte “alla pari”, come se lui stesso fosse un pianoforte. Perché poi lo si consideri uno dei più grandi strumentisti oggi operanti, rimane anche questo un mistero, perché poi, in realtà, Sokolof non suona meglio di altri grandi presenti sul mercato. Probabilmente il fascino infinito che emana da questo straordinario pianista russo, vero personaggio da “colpa” dostoievskiana, sembra essere quella domanda, quella invettiva che il canuto Grigory appare indirizzare allo strumento: cosa vuoi da me? E allora il dibattito si fa lotta, si ingaggia una schermaglia infinita che assume le sembianze di un vaticinio, di una danza sacra. Tutti veniamo trascinati nel vortice e tutti ci facciamo partecipi di questa eroica umanità.

Sokolov 1Che poi le scelte di Sokolof non siano condivise da tutti lo ha dimostrato la prima parte del suo programma. Un Beethoven “sperimentale”, un prima e un dopo, un’opera giovanile piena di intuizioni e di stravaganze, e un reperto della maturità dove l’autore si è aperto un varco verso lo spazio siderale dell’enigmaticità.

Se Cioran, con un mirabile colpo di genio, scrisse che Beethoven, sul pianoforte, aveva introdotto la collera, ebbene Sokolov ha interpretato la bruciante Sonata op. 2 n.3 con compassata eleganza. Soprattutto ricordandoci che, sulla tastiera, non c’è bisogno di correre per dimostrare di essere bravi, Oggi tutti pianisti corrono, alla disperata ricerca di inseguire i cinesi, che sono più veloci di tutti. Chi ci rimette è il testo musicale, spesso strapazzato al punto di percepire solo i punti forti della battuta, le semiminime, con quartine di semicrome ridotte a pulviscolo. Per Sokolov la sonata con cui Beethoven prese a sberle il suo pubblico è stata una compassata indagine sulla dinamica che il musicista di Bonn introdusse nella produzione pianistica della sua età. Una ricchezza di atteggiamenti ritmici che non ha confronti nell’epoca, un brulichio, un formicaio di sensazioni, invenzioni repentine e sberleffi melodici costituiscono il pacchetto di ciò che si definisce “l’umorismo” beethoveniano. Certamente Sokolof ha una sua personale visione dell’umorismo e digita tutto con estrema serietà, radiografando per noi tutte le situazioni proponibili e dicendoci: questa è la Sonata nelle sue strutture, adesso fate voi, tirate le conclusioni.

sokolov 3
Poi ecco il geniale passaggio alla Bagattelle dell’op. 119. Quello che per il giovane Beethoven era provocazione, ora è diventato predizione. Questi aforismi dalla forza bruciante sembrano detti confuciani: sono tanti piccoli dialoghi con le stelle del firmamento, interpellate una per una. Le risposte sono molteplici, sembra ricordaci, Sokolof, ma sono tutte di sconcertante verità. Soprattutto quando, come era già avvenuto per la precedente sonata, il senso di esposizione adottato da Sokolof è di una rilevante e spaziosa libertà ritmica, con vere escursioni sulle parti interne delle melodie e una ariosità di incantevole trasparenza.

A intervallo concluso tutto il pubblico è con lui, e si tratta, ora di affrontare altre densità narrative. Rimane la forma breve delle Bagattelle, ma ora si chiamano Klavierstucke e hanno la firma di Bramhs. Un beethoveniano anche lui, ma senza collera, permeato di tutte le idealità che il Romanticismo ha diffuso per l’intera Europa. Solo che ora, siano alla fine del secolo e Bismarck, col suo Reich ha dissolto tutte le vaporosità che da Schopenhauer in poi avevano fatto della musica qualcosa di impalpabile che era stato respirato da tutti. Ora chi ha la consapevolezza delle cose, comincia a fare i conti con quel che è stato e quel che sarà. Bramhs, per primo, che senza famiglia e senza figli, parla solo a titolo personale, sfogliando l’album dei suoi ricordi. Suonare le opere 118 e 119 tutte insieme è un’operazione credibile solo se si ha l’età e la saggezza di Sokolof che, in quella miriade di reminiscenza ha trasfuso tutta la sua sapienza: sonorità da vecchio leone, ma sussurri nelle trame narrative, mormorii di trame interiori che si fanno commozione, un dizionario di intimità che ieri sera, ognuno di noi, ha avuto il privilegio di sfogliare.

sokolov 4.jpgPrimo bis, ancora nella penombra voluta dall’ospite, con un Morlacchi praticamente a lume di candela. Poi il primo bis, coerente, l’op. 117 sempre di Bramhs. Dopo che si è suonato come uno sciamano bisognerebbe finirla qui. Ma si sa che Sokolof, come per scaricarsi del suo impegno interpretativo, ama concedere almeno sei fuori programma. E comincia il repertorio dello stupidario dei pezzi di appendice che stravolgono tutto il clima precedentemente creato. Ma al pubblico piace così.

                                                         (Foto di Adriano Scognamillo)

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