Nel duomo di Orvieto il Requiem di Verdi coi complessi del San Carlo di Napoli

di Stefano Ragni – Angeli e demoni nel duomo di Orvieto, secondo la consolidata ritualità messa in atto da un genio della comunicazione musicale qual è Laura Musella. Col suo progetto “Omaggio all’Umbria” la dama folignate ha realizzato sabato pomeriggio il suo tradizionale concerto di Pasqua che sarà poi trasmesso dalle televisioni di mezzo mondo. E ha portato il Requiem di Verdi in prossimità della cappella di san Brizio dove pittori come Beato Angelico, Benozzo Gozzoli e Luca Signorelli, tra il 1447 e il 1502 realizzarono una delle più efficaci rappresentazioni figurative degli ultimi giorni dell’umanità.
Nei termini e nelle convenzioni con cui gli uomini del Rinascimento li concepivano, ovvero stridore di denti e consumazione delle carni. Replicando lo strepitoso successo dello scorso anno col Mosè rossiniano, Laura Musella ha rivoluto nel sontuoso tempio del Maitani i complessi corali e orchestrali del glorioso teatro san Carlo di Napoli, uno dei poli di eccellenza della musica italiana,  quando ci si ricordi di essere stati il centro della cultura e della civiltà sonora europea.
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In una agghiacciante temperatura di gelo, caratteristica del duomo di Orvieto nelle stagioni più inclementi, si è consumata la cerimonia di ascolto di una delle musiche più amate del repertorio italiano, quel Requiem con cui Verdi volle celebrare la memoria di uno dei più grandi italiani, Alessandro Manzoni. Il maestro di Busseto, uomo sbrigativo e di poche parole, commemorò l’autore dei  Promessi Sposi coi modi di un antico contadino della Bassa Padana, affondando le mani nella cruda terra, compagna di sofferenze e di privazioni di intere generazioni di umili e oppressi. Uomini che dalle zolle ricavavano solo dolori e sofferenze, nella consapevolezza che a quelle zolle tutti dovevano prima o poi tornare.

Tra reminiscenze di Aida, citazioni di Amneris e lacerti dei cori dei sacerdoti egiziani, il Requiem accetta anche il canto prosodico delle parrocchie emiliane, dove la fede era cosa elementare accettata così come la tramandavano le madri e le nonne. E quel sapore popolare che non viene esorcizzato neanche dai colti fugati corali, riceve anche il riverbero bandistico degli ottoni, ricordi dei Filarmonici bussetani, Lari e Penati del giovane Verdi. Digiuno di studi universitari per mancanza di risorse economiche  Verdi non poteva sapere dei piani teologici introdotti in san Brizio dal Beato Angelico, dotto frate domenicano, non era consapevole di Leggenda Aurea, né di rivelazioni di santa Brigida, di Dürer e di Divina Commedia. Ma, da piccolo borghese esposto ai soprusi della vita, aveva capito quella rivoluzione che il Signorelli aveva prodotto in san Brizio: non più messaggio teologico doveva scendere da quelle volte affrescate, ma il senso concreto di ciò che dovevano capire e condividere i committenti, cioè il popolo dei credenti, noi uomini. Soprattutto quel che è dipinto nella parete d’ingresso di san Brizio, il cosidetto “finimondo”, dove Sibilla Eritrea e profeta Davide predicono l’avvento del Dies Irae, configurato nella concitazione dei demoni alati e della pioggia di fuoco. E’ proprio il Dies Irae ad essere la pagina più memorabile del Requiem verdiano. Il cinema, onnivoro divoratore  anche delle cose più importanti della cultura, se ne è impadronito in questi giorni con la colonna sonora del film Dolceroma che ne cita sinteticamente i memorabili scatti iniziali. Anche questa è popolarità.

Gli scrosci di ottoni e grancassa, col turbine degli archi li ha ben gestiti il direttore della serata,  Juraj Valčuha, implacabile battitore di tempo, ma anche abile regista dell’inserimento delle sonorità dei complessi napoletani nella impossibile acustica del duomo, contenitore a perdere  di ogni bella realizzazione sonora.

Coro e orchestra  all’altezza della tradizione e un buon cast di cantanti, a partire  del soprano americano Rachel Willis-Sørensen, voce “caramellosa”, lirica e luminosa come dice il programma di sala. Una cospicua vocalità apparteneva al mezzosoprano Elena Zhidkova, una delle ultime scoperte del compianto Claudio Abbado. Il tenore Antonio Poli, tenuto a battesimo da Riccardo Muti, abilissimo nella gestione del proverbiale Ingemisco, ha saputo anche muoversi bene nella temutissima enunciazione dell’Hostias. Il basso Liang Li, terrificante nella scansione del “Mors stupebit”, ha mantenuto nel suo ruolo la fisionomia di un vero profeta biblico. Lo dicono un Fiesco ideale e non stentiamo a crederlo. I filtri della televisione renderanno giustizia a quel che gli spettatori hanno potuto recepire solo in amalgama: la bellezza di una musica  che è tutta umanità, una spoliazione della vita che è vero terrore e una resurrezione della carne che Signorelli rese  esplicita nei morti che spuntano fuori dal ghiaccio della terra e gli scheletri che riprendono pelle e muscoli. Verdi, uomo di teatro, usò la sua mano magistrale per renderci partecipi anche del suo sgomento finale davanti all’estrema contemplazione della morte, quell’ultimo momento in cui ognuno di noi potrà associarsi al suo “Libera me, Domine”: la voce di soprano lo mormora come Amneris snocciola le sue preghiera sul sepolcro di Radames, ma in realtà si tratta di dubbio senza risposta.

Chiusura tra gli applausi e consapevolezza che ancora una volta, nella imminente Pasqua, l’Umbria musicale  farà sentire la sua voce e offrirà la sua immagine al mondo. Un merito  che Laura Musella ha voluto condividere con gli enti e le istituzioni che ha reso possibile la manifestazione: La Regione dell’Umbria, l’Intesa san Paolo, la Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto e la munifica Opera del Duomo.  La Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, abituale partner di Omaggio all’Umbria, era in questa circostanza presente col suo patrocinio.  Ancora una volta l’Unicef, con la disponibilità dei suoi volontari, raccoglieva quel  che di generoso hanno voluto elargire gli spettatori.

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