Angela Hewitt a San Pietro per l’integrale di Bach

di Stefano Ragni – In San Pietro nostra signora Trasimena, Angela Hewitt, si autoproclama regina del repertorio bachiano e fa allineare Perugia e gli Amici della Musica fra le grandi capitali della musica europea per un progetto di portata  mondiale.

Nella basilica sublacense, ragionevolmente guarnita di pubblico, venerdì sera la pianista canadese ha presentato un pannello del suo mostruoso  “The Bach Odissey”, il progetto di suonare tutto Bach per tastiera nel corso di quattro anni, fino al non lontano 2020. Da Tokio a Londra, Ottawa, New York, Londra, Amsterdam migliaia di utenti stanno ascoltando e ascolteranno la fluviale, oceanica produzione che il Cantor ha dedicato a quelli che, nella sua epoca, erano gli antenati del pianoforte. Operazione di respiro immenso, che richiede una energia  incredibile, un autocontrollo, una perseveranza e, in definitiva, una filosofia di vita che immerge la demiurga d’oltreoceano in una dimensione di totale astrazione, quella appunto richiesta da un autore che ha saturato la dimensione euclidea della musica, arricchita da una prospettiva scientifica pari alle rivoluzione operata da Newton e Galilei, Nicola Cusano e Keplero. E ci piacerebbe chiedere alla sorridente signora del paese delle grandi nevi e degli aceri cosa l’abbia spinta a tanto ardore. Forse è proprio quella sfida da Odisseo contenuta nel titolo: attraverso il noto sfidare la dimensione dell’ignoto.

Sorridente, dicevamo, ma certamente austera come un’antica Vestale: mettersi alla tastiera per amministrare nell’arco di una serata l’integrale delle Toccate che Bach ha scritto per quello che oggi è il moderno pianoforte è risultato un impegno  ardimentoso, perché non c’è niente in questa musica che possa provocare  un ascolto piacevole e rilassato. Un Bach praticamente ventitreenne ha iniziato a Weimar l’avventura di una scrittura in cui ha voluto esemplificare il suo passaggio tra gli scogli dell’armonia e dell’invenzione, coniugando le più spettacolari scoperte del suo ingegno con le esigenze di un ossequio alle regole del contrappunto, le colonne d’Ercole da superare per proiettarsi nella modernità. Raccolte tra i numeri 911 e 916 del catalogo  BWV le sette Toccate presentate dalla Hewitt hanno parvenze difformi, risultano in parte arcaiche, in parte stravaganti, in certa misura innovative, in altra  addirittura provocatorie: è stato compito della mediatrice usare un parametro omogeneo per uniformare la sua visione e renderla accettabile al pubblico.

La sua strategia è risultata premiante soprattutto per la consapevolezza con cui il piano esecutivo si è disteso sulla consapevolezza che la filologia deve essere illuminata dall’umanità e che le evoluzioni del repertorio, le infinte innovazioni a cui è stato sottoposto il pianoforte moderno  consentono oggi la più completa assimilazione della musica antica alle esigenza di un ascolto “contemporaneo”.

Non tentata né dallo spirito della trascrizione, né dal ricorso ad arcaismi di maniera, la pianista ci ha ricordato ciò che ha acquisito nelle sue ricerche, da Couperin a Messiaen, riversando la sua ricchissima “informazione” sull’acustica di una musica tanto lontana da noi, ma chiarissima nelle sue strutture. Ecco, è proprio quel lavoro esemplare sulle connessioni, sulla purezza e sulla chiarezza della scrittura bachiana che rende congruo, attuale e credibile tutto il progetto  di cui abbiamo ascoltato appena un piccolissimo lacerto.

Che poi la Hewitt abbia insegnato a noi ascoltatori  che tutta l’opera di Bach si è riversata in quanti nei secoli lo hanno studiato e ammirato ci è parso chiaro in certi momenti preziosissimi della serata, come nella fuga finale della Toccata in sol minore, scintillante negli umori stravinskiani o nella giga della BWV 912, dove si poteva  arguire una ritmicità quasi etnica. In tutto il percorso è risultato molto chiaro come le molteplici esperienze di repertorio abbiano convinto la Hewitt ad adottare un tipo di tocco omogeneo, sapientemente  alternando lo staccato col semilegato, l’articolato col levigato, creando molti colori nella alternanza delle parti di maggiore invenzione con i rigori della condotta contrappuntistica. Vorremmo ricordare a lungo la magia con cui si è aperto il mi minore della BWV 914,  momento speculare al formoso turgore della Toccata in fa diesis minore, un vero “monstrum” tonale per l’epoca. Altissima poi la lezione dei fugati della do minore, vera palestra di digitazione, dove non si è perso un particolare  della successione delle voci.

Chiudendo la serata con la Fantasia cromatica e fuga, che, per essere una BWV 903 è contigua alle Toccate, l’ospite d’oltreoceano ha saputo rievocare i fantasmi di Schumann, anche lui estremo cultore della musica bachiana. Lanciandosi in sonorità vaporose e in evocazioni timbriche enigmatiche la Hewitt ha chiuso il cerchio della storia, riconciliando Bach con tutto quel che da lui è ne tempo  scaturito.

Applausi estremi e richiesta di un fuori programma, un frammento di una trascrizione dalla Cantata 208. Una piacevole curiosità.

«Acquisire ai nostri programmi Angela Hewitt – ha affermato la presidente Anna Calabro – è stata un’operazione che premia anche la stanzialità di questa grande musicista sulle rive del Trasimeno. Averla qui, a due passi da noi, arricchisce la nostra regione e  ci fa pensare di chiedere anche la sua disponibilità  per collaborare con la nostra Orchestra da Camera, ormai pronta per i più ambiziosi progetti».

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