Carmine Camicia: «Perugia merita di essere amministrata con il cuore»

di Francesco Castellini – È in pieno svolgimento la campagna elettorale del consigliere comunale Carmine Camicia, candidato a sindaco del capoluogo umbro, sostenuto dal movimento civico “Perugia con il cuore”, dall’associazione cittadina “Perugia: social city”, Nazione e Futuro, e da una lista della Dc.
A Camicia abbiamo rivolto alcune domande.
Intanto il perché di questa scesa in campo?
«Il mio obiettivo è di continuare un percorso politico che dura ormai da vent’anni e che mi ha visto portare avanti dure battaglie con impegno e determinazione, riuscendo ad ottenere praticamente contro tutto e tutti, risultati importanti per il bene della città. E ora, mi sono detto, è tempo di dare il massimo contributo, visto che, prima con il centrosinistra, e poi con questo centrodestra “annacquato”, ho sempre trovato di fronte a me delle forze ottuse e molto ostiche al cambiamento».
Quando ha iniziato ad avere perplessità e dubbi sulla nuova giunta?
«Con il sindaco Romizi la prima delusione l’ho avuta l’8 luglio del 2014, quando in consiglio comunale il neosindaco entrante, parlando con altri due colleghi, si espresse nei miei riguardi con queste parole: “Camicia è pericoloso. Dobbiamo trovare dei ripari per poterlo subito arginare”. Questo è il contenuto del fuorionda di quella diretta streaming che il giorno seguente fu riportato da tutti i giornali. E così capii immediatamente che dopo tanti anni passati a combattere una sinistra che di fatto aveva portato al collasso l’intero sistema comunale, mi ritrovavo ancora una volta ad essere emarginato, contrastato, escluso, e ancor peggio da un esponente del mio stesso partito. Un tradimento che non ho vissuto come offesa personale ovviamente, ma come un insulto alla città. Perché Perugia si era espressa chiaramente e aveva dato il mandato del cambiamento alla coalizione di centrodestra. E invece queste erano le premesse».

Quali erano e quali sono ancora le sue aspettative politiche?
«Noi avevamo prospettato la realizzazione di un sogno che metteva al centro di tutto una città diversa, aperta al merito, alle competenze, che puntava a crescere, che poteva rivendicare a giusto titolo il ruolo di capoluogo di regione. Tant’è che Perugia ci aveva dato fiducia. La vittoria del centrodestra non era di certo arrivata a caso, ma era piuttosto il frutto di un grande lavoro, fatto di lotte, di contrapposizioni dure, di azioni democratiche finalizzate a smascherare un sistema malato e perverso. Quindi tutti si aspettavano una svolta radicale, un rinnovamento risolutivo».
E invece?
«Il cambiamento non c’è stato. Il sindaco fin da subito ha dimostrato di voler continuare sulla stessa linea, proseguire sugli stessi binari tracciati e percorsi da sempre da quel centrosinistra fallimentare e perdente. Basti ricordare che Forza Italia era riuscita a far eleggere nelle sue fila 9 consiglieri, e invece Romizi pensò bene di non inserire nemmeno un consigliere di Forza Italia nell’esecutivo che poi è andato a nominare. Fino al punto di inserire in squadra Dramane Diego Wague’, che veniva dall’esperienza di Rifondazione Comunista, e che peraltro non era stato nemmeno eletto, mettendo in Giunta inoltre anche Cristiana Casaioli, trombata capolista del Pd».
Come spiega queste “anomalie”?
«Mi sono fatto l’idea che di fatto qualcuno aveva suggerito al nuovo sindaco di continuare il percorso di prima. E lui, invece che far valere i suoi programmi e utilizzare le proprie forze, si è immediatamente assoggettato alle direttive, supinamente adottando una sconsiderata strategia di conservazione».
Cosa si poteva fare allora?
«Bisognava sfiduciarlo subito, fargli mancare immediatamente l’appoggio dei colleghi di partito. Ma questo non è avvenuto, forse per paura di tornare alle urne. Per questo decisi di uscire da Forza Italia».
Lei che idea si era fatto di Romizi.
«Come sindaco onestamente avevo delle perplessità sul ruolo che andava a ricoprire. Me lo ricordavo come un ragazzo molto timido, insesperto, impacciato, tant’è che in dieci anni di consiliatura non era riuscito neanche a presentare un documento. Non è stato mai un protagonista, non è riuscito mai ad illustrare un atto o ad intervenire in aula. E così, lui che non era un gran lavoratore e che era chiamato a cambiare alla radice un andazzo rivelatosi scellerato per le sorti della città, ha subito dimostrato di non avere le risorse adatte ad affrontare questa difficile sfida. Avrebbe dovuto mettere in campo un impegno straordinario, iniziare a lavorare alle 5 del mattino e uscire dal Comune a mezzanotte, ma evidentemente fin dall’inizio ha scelto la strada più “comoda” e facile».
E dunque?
«E allora a questo punto ho dovuto con grande fatica andare a svolgere il ruolo di oppositore nella mia maggioranza. Mi sono ritrovato ancora una volta solo, con una sinistra che si è sempre ben guardata dal criticare in maniera determinata questa giunta “multicolore”».
Dalle critiche il sindaco si è sempre difeso puntando il dito sul bilancio disastrato lasciatogli in eredità, che a sua detta non gli ha dato modo di pensare ad altro se non a rimettere a posto i conti.
«Ma la città non aveva bisogno di un ragioniere. Il sindaco non è un amministratore di condominio. Il ruolo del primo cittadino è qualcosa di diverso e di più impegnativo. Tant’è che in uno dei miei primi interventi chiesi alla giunta di ricorrere alla consulenza di un esperto di bilanci, magari chiamato da fuori, che avrebbe dovuto redarre una seria analisi e magari proporre delle soluzioni efficaci e alternative. Il bilancio è sì un problema ma si risolvere solo se si riorganizza l’intera macchina comunale. Un sindaco non può essere un grande esperto di come si gestisce un’azienda».
Facciamo qualche esempio.
«In Comune ci sono 1.400 dipendenti. Il sindaco è un politico. La prima cosa che doveva fare era quella di scegliere ed adottare un bravo direttore generale. Con un mandato ben preciso. Riorganizzare la macchina comunale. Basti dire che ogni ufficio, ogni dirigente, ha piena autonomia per quanto riguarda gli acquisti. Non bisogna essere un economista per comprendere che se invece di comprare ognuno 50 Bic, se ne acquistassero tutte insieme mille, si rispamierebbe notevolmente sul prezzo. Ma riorganizzare significa anche ottimizzare le forze. Prima di tutto penso ad un uso funzionale del cantiere interno, oggi completamente smantellato. Penso alle strade, dove occorre intervenire non in maniera episodica, ma ogni giorno. Qui servono più che mai tecnici, geometri, giardinieri, muratori, elettricisti, operai che asfaltano le strade. Invece anche su questo fronte si è proceduto con quel “tiriamo a campare” che poi ha portato al risultato che è sotto gli occhi di tutti».
Insomma si poteva fare di più.
«Ma la cosa più grave è che non c’è stata nessuna progettualità, nessuna visione del futuro. Nessun coraggio nell’intervenire nei nodi sostanziali del problema. Ad un certo punto io mi sono accorto che in Comune sono impiegati 35 dirigenti, con benefit incredibili, fra cui il privilegio di non essere sottoposti a nessun controllo di orario. Unica categoria a non usare il badge. Non timbravano all’ingresso e all’uscita. Una cosa che accadeva solo a Perugia. Sono stato io a chiedere la documentazione, tutti i tabulati relativi al personale dirigenziale, ed è emerso che erano in bianco. Ho dunque preparato una delibera con cui chiedevo di intervenire sulla questione. L’atto mi è stato approvato all’unanimità in consiglio comunale e dunque è stato finalmente corretto un andazzo che durava da sempre. Fra le mie battaglie vinte c’è anche la lotta all’accattonaggio per strada e davanti ai supermercati. Però in questo caso, come in molti altri, c’è da rilevare che il sindaco ci si è messo di traverso. E ha disposto di non dare seguito a queste soluzioni proposte e passate in Consiglio».
I mali di Perugia.
«Prima di tutto la desertificazione del centro storico. Da diecimila famiglie si è passati a tremila e si assiste ancora ad una continua transumanza verso le zone limitrofe e periferiche. Del resto è difficile vivere tranquilli nel cuore della città. Una zona ormai diventata “calda”, teatro di atti delinquenziali, scippi, spaccate, traffico di stupefacenti. E poi c’è il problema enorme dei parcheggi. Cari e fonte primaria di speculazione da parte di ditte partecipate che ormai fanno solo i propri esclusivi interessi. A questo va aggiunta la seccatura delle multe, vero e proprio modo di vessare il cittadino, invece che agevolarlo e invitarlo a venire in centro».
Il problema sicurezza è di certo uno di quelli più sentiti dalla cittadinanza.
«Piazza del Bacio è una ferita aperta. La mia proposta è stata di far sì che la postazione di un corpo di guardia di Polizia Municipale alla stazione rimanesse aperta non più solo due ore al mattino ma tutto il giorno e la notte. Poteva essere un segnale forte da dare al cittadino, che si sentiva così più protetto e considerato, e anche un’avvisaglia a quella delinquenza che continua a fare di questo angolo importante della città il suo porto franco. Ma la cosa incredibile è che pure questo regolamento una volta approvato all’unanimità da parte del Consiglio comunale è stato annullato d’autorità dal sindaco».
Un altro boccone amaro da digerire.
«Sì come il caso clamoroso dell’avvocato Mario Cartasegna, che riuscì a farsi assumere dal Comune di Perugia con un “premio” per ogni causa vinta. Fino al punto che di ricorso in ricorso ora percepisce la bellezza di 651 mila euro di pensione l’anno. Io ho preparato un atto con il quale chiedevo che fossero revocate tutte le consulenze esterne che il Comune era costretto a pagare a tale “pensionato d’oro”. E anche qui il Consiglio Comunale approva il mio documento e il sindaco per l’ennesima volta non dà seguito a quelle che sono state le espresse volontà della massima assemblea cittadina. Tant’è che ancora oggi questo signore continua a percepire laute parcelle oltre la milionaria pensione».
Insomma tutto va avanti con lo stesso identico andazzo…
«Alla faccia del cambiamento promesso e annunciato. Altra battaglia vinta, ma sterilizzata da questo sindaco, è quella delle mille telecamere di sorveglianza sparse per tutto il comprensorio cittadino. Mi sono accorto che non c’era un regolamento a cui rifarsi. E dunque ognuno agiva e sceglieva per conto proprio. Io mi sono attivato per far sì che passasse una disposizione che facesse ordine e obbligasse le nuove lottizzazioni a doversi dotare di videosorveglianza. Con il vantaggio che le varie telecamere dovessoro essere inserite nella rete di piattaforma di sicurezza che è poi quella che consente di tenere sotto controllo l’intera città».
A proposito di sicurezza un’altra battaglia da fare subito è quella del rafforzamento del corpo dei Vigili Urbani.
«Non c’è dubbio. Siamo in presenza di una carenza organica di almeno 60 unità. La maggior parte dei 110 agenti sta negli uffici. L’età media è abbastanza avanzata. E nel mio programma è prevista anche la formazione di una squadra dedicata alla protezione ambientale».
Lei consigliere si è sempre molto attivato anche per intestare spazi pubblici a nomi che hanno fatto la nostra storia recente.
«Sì, a Perugia non c’era nulla che fosse stato intitolato a Falcone e Borsellino. E così con una delibera ho proposto di dare il nome della sala ex Giunta e sala commissione per dedicarla agli eroi uccisi dalla mafia Falcone e Borsellino e a Emanuela Loi. Come al solito il Consiglio me l’approva con il solito voto contrario del sindaco, anche se in questo caso alla fine ha dovuto accettare la decisione e far sì che tale intitolazione avvenisse».
Altra battaglia vinta è quella sul fronte della toponomastica.
«Ho lavorato intensamente per intestare a nomi importanti le varie rotatorie sparse per la città. E così è nato uno spazio dedicato a Luisa Spagnoli, a San Giuseppe Moscati, ai vari sindaci di Perugia, come a Seppilli, a Berardi, alle vittime di Via d’Amelio, a tutte le vittime delle Mafie, al deportato nei lager medaglia d’oro Bertolini. Una strada è stata dedicata a Nicola Coniglio, un ragazzo morto sul lavoro. Mentre a Ponte San Giovanni ho creato il quartiere degli artisti. Con vie dedicate a De Filippo, Totò, Claudio Villa, Manfredi e altri grandi artisti».
Oggi qual è il suo sogno?
«Cambiare la storia di questa città. Per fare questo però occorre superare questo blocco che vede unite le due forze principali, destra e sinistra, che in questa consorteria fanno prevalere gli interessi di parte e non certo dei cittadini. I poteri forti, le lobby, cercheranno ancora di impedire il cambiamento. Ma bisogna ribadire un assunto inconfutabile, e cioè che il popolo è sovrano e che questa può essere davvero l’occasione da non perdere per far prevalere gli interessi di tutti. Ce se la può fare. Uniti possiamo far risogere Perugia, rimetterla al centro di tutti gli interessi regionali. Il capoluogo merita un destino migliore. E per fare questo occorre una nuova classe dirigente che agisce e sceglie con il cuore, con la passione, con un richiamo alla più grande partecipazione di tutti, nel rispetto massimo del cittadino che deve tornare ad essere il vero punto di riferimento e il vero protagonista della sua storia».
E a proposito di Perugia con il cuore, lei è l’artefice di un progetto importante, che ha fatto sì che la città sia oggi fra le poche completamente cardioprotette, grazie al fatto che sono stati installati in punti strategici più di 40 defibrillatori.
«Un obiettivo di cui vado fiero, realizzato senza nessun supporto da parte di questa amministrazione, e che ha comportato la formazione più di duemila persone. Questo lavoro importante ha fatto sì che oggi, se per caso una persona si sente male e si accascia al suolo in qualsiasi punto della città, c’è qualcuno vicino che è capace di intervenire, che può dunque soccorrerla e salvarla con strumenti adeguati che stanno a portata di… cuore. E questa è una realtà positiva e importante, che funziona ed è presente, realizzata nonostante tutto, perfino, potremmo dire, nonostante la impalpabilità e l’evanescenza del primo cittadino».

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