Budapest Festival Orchestra chiude in bellezza la stagione degli Amici della Musica di Perugia

di Stefano Ragni – Con un orgoglioso sprint finale gli Amici della Musica di Perugia hanno saputo chiudere al Morlacchi una stagione  che ha riservato solo soddisfazioni. Ieri sera in un teatro gremito la Budapest Festival Orchestra  è tornata per la quinta volta nella stagione perugina per confermare una qualità di approccio professionale altissimo, coniugata a una straripante carica di simpatia  che coinvolger anche il suo storico direttore, Ivan Fischer.

Difficile trovare un complesso sinfonico così folto  dove i musicisti si sorridono da leggio a leggio, scambiandosi occhiate che rivelano sensi di affabilità e di amicizia. Inoltre ci è sembrato che i violini primi e secondi fossero mescolati tra loro, anziché suddivisi: il che vorrebbe dire una notevole capacità di fusione.


Budapest Festival Orchestra
I risultati ci sono e ovviamente sono stati ascoltati da tutti: una pasta polposa si trasmette dagli archi ai fiati, e l’inserto degli ottoni avviene per fluidificazione, garantendo alla compagine un sostegno che emana colore e plasma acustico.

Il direttore non va preso alla leggera: concerta come un artigiano, sbraccia poco, e si concede solo il vezzo di un piccolo fremito che sale dalla gamba sinistra, ma la qualità del suo lavoro  si è irrorata sin dal 1983, anno in cui fondò questa orchestra.

Una sua creatura, quindi, che non necessita di particolari sollecitazioni, perché vive di esperienza pregresse che vanno da tournée in tutto il mondo, a iniziative di tipo tutoriale indirizzate al mondo degli adolescenti, compresi i concerti per i bambini affetti da autismo.

In tal senso gli splendori musicali di un’antica capitale europea, la mitica città degli Asburgo, cullata dal Danubio e percorsa dal brivido di una gioia di vivere senza tempo, si ammanta di senso della contemporaneità, puntando ancora una volta l’indice sulla necessità di educare le generazioni più giovani a qualcosa che appartiene, per unicità di formulazione, alla più profonda cultura del vecchio continente. Non ci sono antidoti per la sua decadenza, ma per poco che si può fare passa anche attraverso la musica.

La cronaca del concerto di ieri sera passa anche attraverso l’esaltazione  di un pianista che frequenta le nostre stagioni da innumerevoli anni. Si tratta di Emanuel Ax, polacco-canadese di formazione newyorkese. Lo ricordiamo occhialuto e sorridente con tanti capelli neri che oggi sono diventati bianchi, ma il sorriso è rimasto. Sentirlo accarezzare il Concerto K 453 di Mozart è stato un balsamo per orecchie e spirito. Niente di competitivo, di  esaltato o di nervoso da una tastiera cosparsa di petali di fiori odorosi. Era il Mozart affettuoso, birichino, sentimentale e goliardico che Ax tratteggiava in un percorso esemplare di umori distillati con eleganza: fraseggio aperto, luminoso, pungente per quel che occorreva, ma caparbio della scansione ritmica, che anzi era tra le cose più liquide che si sono ascoltate ultimamente. Scatenate richieste di bis, Ma qui avviene l’incredibile. I primi violini fanno largo e Ax chiama alla ribalta un canuto violoncellista dello orchestra, il suo vecchio amico Peter, come dice in buon italiano, e suona con lui un Adagio di Chopin. Mai successa una cosa del genere, ma fa capire cosa renda così unico il rapporto tra i musicisti magiari.

Tra i pezzi di cui si è fatta carico la compagine ungherese  c’erano due sinfonie di Rossini, l’Italiana in Algeri e la Gazza ladra, resa quest’ultima popolarissima dagli inserti in Arancia Meccanica di Kubrik e di “Sesso matto” di Dino Risi,  con una indimenticabile sequenza con Giancarlo Giannini e Laura Antonelli. Attualmente la Gazza Ladra è ostaggio della pubblicità della Coca Cola Light.

Omaggio particolarmente gradito all’anno anno celebrativo del pesarese, ma la musica di Rossini, unica nella sua folgorante capacità di catturare l’attenzione del pubblico, non guadagna con la replica: una sola sinfonia, col pericolo che la seconda perda smalto e interesse. Oltretutto la scelta di Fischer di farle suonare con  fiero sussiego non appartiene alla bonomia di un marchigiano di sangue romagnolo: esecuzione perfetta, ma non si avverte il frizzo, lo scintillio. E quel benedetto effetto di “crescendo”: ma è possibile che non si riesca mai a farlo scaturire da un “pianissimo”? Siamo alla metà delle sequenze e l’orchestra è già sul “forte”.

Dettagli che non scalfiscono di un’unghia la qualità dell’esecuzione, che poi si è riaffermata nella conclusiva Quarta Sinfonia di Schubert. Che poi non è proprio bellissima, ad onta della dizione di “tragica” che si è meritata. Gronda di gluckisimi e cherubinismi, si fa prestare qualcosa da Beethoven, ma non “esplode”, e sembra voler solo persuadere. Dell’esecuzione si apprezza ogni minuto della sua durata, ma ci vuole il bis che tutti si aspettano.

E qui avviene l’incredibile: la geoantropologia non è un’opinione e la musica tzigana è veramente la sostanza, la linfa vitale della musica ungherese. Scattano gli archi, anzi esplodono quando Fischer li invita a suonare un paio di Danze Rumene di Bartok. Poi, cosa di meglio che la prima Danza Ungherese di Brahms?  Fremono i legni del palcoscenico, sussultano i velluti del sipario e il Morlacchi esplode in un boato. E poi anche le cose belle finiscono.

Soddisfazioni per gli abbonati, per i simpatizzanti e per gli ospiti degli Amici della musica, consensi per la presidente Anna Calabro che ha saputo gestire un cambio di direzione artistica a metà stagione e nessuna perplessità sul futuro.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...