Superbo concerto di Adriano Falcioni

di Stefano Ragni – Un Falcioni sempre più dinamico, vero uomo vitruviano sospeso sulle combinazioni dell’organo Tamburini, suo abituale compagno di strada. Da quando il giovane organista ternano prese in mano le sorti della musica organistica della chiesa cattedrale la musica ha imboccato una strada di altissima qualità e il festival estivo che ne è scaturito non esaurisce la dimensione di un contatto che si vorrebbe aperto per tutto l’anno solare. Ovvero dotare la basilica laurenziana di una programmazione permanente, un appuntamento al mese. Questo senza rinunciare alla concentrazione intorno alla festività di san Lorenzo. Il pubblico risponde, come si è visto ieri sera, i musicisti ci sono, il Capitolo sostiene, l’Archidiocesi è coinvolta. Oltretutto lo strumento monumentale è un patrimonio della comunità ecclesiastica perugina, ma appartiene anche al cuore della città

Lo spessore artistico di Falcioni fa da effetto trainante, e non pochi dei musicisti ospiti di questa edizione sono il risultato di personali contatti che il musicista umbro ha stabilito nelle sue tournée nel mondo.

Ieri sera, a cattedrale gremita, il grande Adriano ha firmato un’altra delle sue faticose esibizioni, non risparmiandosi sul programma, denso di difficoltà. A cominciare da una versione della Ciaccona di Bach per violino che è stata realizzata nella versione organistica da Ulisse Matthey. Una smania quella dei musicisti di sottrarre al Bach monodico, che fosse per violino o per violoncello, la unicità della sua vibrazione solistica. Con la Ciaccona ci aveva già pensato Brahms, che produsse un adattamento pianistico per la sola mano sinistra. Al volgere del secolo Matthey, organista della santa Casa di Loreto, allargò l’ambizione con questa smisurata versione che Falcioni ha dominato senza fenditure. Una lettura appassionante, densissima di passaggi tra le tastiere: “molto rumore per nulla”, direbbe il poeta, ma, confessiamocelo, ascoltarla così questa Ciaccona entusiasma e fa ribollire. E, poi, si diceva, c’è la mano possente dell’esecutore. Che, in vena di allargare il suo già oceanico repertorio, non si è tirato indietro neanche davanti alla trascrizione che Max Reger operò sulla Fantasia cromatica di Bach: opera di per sé enigmatica già nella formulazione iniziale, ancor più saturnina e siderale sulle risposte acustiche della chiesa metropolitana, sempre afflitta da un riverbero che si risolverebbe con qualche filo d’acciaio tirato tra le rachitiche volte absidali. Ma si vede che di questa soluzione non frega niente a nessuno. Ringraziando Falcioni di queste due letture che di per sé lo innalzerebbero già tra gli interpreti più coraggiosi in circolazione, parliamo del resto del programma.

Che si era aperto col colosso, anzi col molosso della triplice fuga di Bach, la BWV 552. Ne ricordiamo, qui in san Lorenzo, una austera versione della mai dimenticata Gabriella Panichi nei suoi anni migliori. La ritroviamo, rinnovata di giovinezza nella versione di Falcioni. Gli anni passano anche per gli atteggiamenti interpretativi: rimane la qualità, ma si svolgono su canali diversi i ruoli interpretativi e le connessioni sintattiche. Rimane, smagliante in Falcioni, lo smalto, lo stacco, l’entusiasmo.

Altri pezzi hanno contornato la serata, dal Bach-Vivaldi che a un gigante come il musicista ternano sta proprio strettino e il Brahms di tre Preludi Corali dell’op. 122. Ecco, questi si vorrebbe proprio sentirli in inverno, per consentire a questa musica di aprirsi un varco nel nostro cuore di uomini sempre più turbati dalle vicende di una vita quotidiana che ci chiama a scelte difficili.

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