Suffolk Youth Orchestra a San Giuseppe artigiano

di Stefano Ragni – Dove c’è umiltà li’ c’è vera grandezza. Ve li immaginate novanta ragazzi di una delle più famose orchestra giovanili britanniche inondare con la loro fresca prestanza tutto lo spazio absidale di una chiesa del quartiere orientale di una città a tradizione operaia per stamparvi un concerto sinfonico portentoso? E’ quello che è successo ieri sera a san Giuseppe Artigiano grazie a Omaggio all’Umbria di Laura Musella. Che la generosa signora folignate amasse la sua parrocchia lo si era visto già in altre occasioni in cui la musica si era insediata in questa grande aula di cemento e di marmo, vero manufatto di moderna religiosità: ma che padre Antonio, il parroco, potesse accogliere un vero e proprio organismo sinfonico, era qualcosa di molto lontano dalla realizzabilità di un’utopia. I molti parrocchiani presenti al concerto hanno parlato di miracolo, ma anche di “serata al cardiopalma”, anche perché per la quasi totalità dei presenti di trattava di un primo e forse unico impatto con la potenza di un’orchestra di tradizione.

Se lo meritava questa chiesa che dal 1965, dopo le ultime correzioni dell’architetto Antonelli, orna il quartiere tra via Piave e via Trasimeno, andando a sostituire il tempio mariano distrutta dai bombardamenti del 1943. Padre Antonio, dei Dehoniani vi esercita una carità giornaliera verso chi ha bisogno, e la musica è veramente un lusso in più.

Ci ha pensato Omaggio all’Umbria, stampando nella memoria di molti un ricordo di forte impatto emozionale. Che poi l’orchestra fosse tra le migliori a livello europeo lo sapevamo da precedenti presenze. Impeccabili, tutti in smoking, ragazzi e fanciulle di età compresa tra i 13 i 20 anni ci hanno fatto meditare profondamente di cosa stiamo perdendo con la Brexit. La Suffolk suona benissimo e si sente nei suoi fiati una forte impostazione professionale, cosa che ha la sua ricaduta sugli archi, potenti e agili al tempo stesso. Repertorio dei migliori, a cominciare dalla sinfonia del Nabucco. Guardando il Cristo intelaiato in metallo dall’artigiano Stefano Bovi, un figura che sembra quasi tuffarsi sull’umanità, non si poteva pensare altro che un abbraccio tra il redentore e il Risorgimento, come l’avrebbe immaginato un martire dell’insurrezionalismo come padre Ugo Bassi, il garibaldino che per l’Italia unita si giocò l’abito talare e la vita. Certo lo spazio della chiesa riverbera in maniera bestiale i colpi di mazza della grancassa e i barriti degli ottoni, ma questa musica piace anche così, clamorosa da mozzarti il fiato. Il direttore Vincent Taber non fa niente per attenuare le sonorità, ma pensiamo alla sua gioia di sentirsi dietro la spalle il caldo alito di questo pubblico già infervorato. Che viene travolto dal turbine delle danze Polovesiane di Borodin così come fosse una pioggia sonora ardente di biblica memoria.

C’è poi una Pavane di Faurè per attenuare i climi acustici raggiunti. Ma a passaggio di consegne tra Tauber e l’altro direttore, David Stove, ambedue musicisti provenienti dal mondo dei fiati, il picco sonoro si innalza nuovamente con una Carmen suite che vibra di nacchere, ma fa apprezzare anche un egregio flautista e una deliziosa trombista che si distacca dallo spazio orchestrale per lanciare i suoi squilli. Quando arriva Un Americano a Parigi di Gershwin il concerto ha conquistato tutti, realizzando quella componente di formazione e di educazione che è tra la corde di Omaggio all’Umbria, vetrina di bellezza, impegno sociale e presidio della qualità musicale del territorio. Pensato per promuovere i giovani talenti, il festival, con questa orchestra, ne privilegia in un colpo solo, moltissimi, considerando che oggi i giovani inglesi suoneranno nel Duomo di Orvieto, che in quanto a fascino non è secondo a nessuno.

Per completare l’ottica di una dimensione giovanile il bis offerto dalla Suffolk era un prodotto collettivo di tre giovani musicisti, uno dei quali era presente tra i violini. Una musica scattante, irrorata di effetti cinematografici travolgenti. Si applaude ancora perché si vorrebbe di più, ma fuori i due autobus stanno scaldando i motori per raggiungere il meritato riposo.

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