Concerto in cattedrale per ricordare Franco Buitoni

di Stefano RagniC’è indubbiamente una marcata capacità atletica in un Adriano Falcioni che, a distanza di tre giorni dalla serata inaugurale, che lo aveva visto impegnato in un Bach da competizione, replica la sua prestazione sul Tamburini della cattedrale scaraventando lo strumento sulle altezze siderali di “2001 Odissea nello spazio”.

E stavolta la complicità acustica della chiesa madre fa da riverbero ulteriore a un suono che si espande a livelli parossistici, coinvolgendo tutta la struttura architettonica in una gigantesca vibrazione.

Ieri sera abbiamo ascoltato per la seconda volta Volumina di Georgy Ligeti.
Falcioni lo aveva suonato in un pomeriggio della scorsa edizione della Sagra Musicale Umbra, ma l’inserimento del capolavoro del maestro ungherese nella terza serata del festival organistico –XI edizione, non fa che confermare l’importanza acquisita da questo ancor giovane musicista nel contesto delle eccellenze territoriali.

Indubbiamente il pezzo è terribilmente datato: risale al 1962 ed è il frutto di una accurata collaborazione tra il maestro magiaro e la moderna scuola organistica svedese, in particolare con Karl Erik Welin. Il contesto da cui scaturisce è la ormai storicizzata scuola di Darmstadt, luogo di esperienze estreme sul suono propiziate da una filosofia ancor più “terroristica” quella di Theodor Wiesegrund Adorno, il Che Guevara della musicologia. Dopo una partitura come Atmosphères, (1961) oltre cinquanta parti reali in contrappunto per un’orchestra che ronza come un gigantesco insetto preistorico, fu la volta del Tyrannosaurus Rex, questo Volumina che non ha praticamente note, ma solo blocchi di accordi suonati con le dita, il palmo della mano e tutto l’avambraccio dell’esecutore. Se Atmosphères ebbe la fortuna di finire come colonna sonora del film di Kubrik, epocale proiezione della sete di spazio dell’umanità, Volumina aspetta solo esecutori coraggiosi come Falcioni per tornare a terrorizzare anche le tante anime sante che sono state sepolte nei secoli, nel sottosuolo della cattedrale laurenziana. Pubblico all’inizio esterrefatto: quando Falcioni si china sulle tastiere per evocare il primo cluster il nostro vicino esclama: che si sente male? Poi la tempesta si innalza, e le ventate da uragano si alternano a lontanissimi squittii, a micro riverberi, a refoli che accarezzano le canne d’argento. Indubbiamente dipende tutto dalla strategia esecutiva e su questo terreno il musicista ternano si fa trovare fantasioso, preparato e ben determinato.

Ligeti era contornato da tre composizioni di Liszt, il grande ungherese dell’epoca romantica. E per la scelta dei brani c’era certamente una regia, perché all’inizio della serata il canonico monsignor Sciurpa aveva ricordato come il concerto, che si situa in prossimità del triennio dalla scomparsa di Franco Buitoni, fosse dedicato al concittadino che tanto ha fatto per la grande musica perugina. Per anni Buitoni era stato un assiduo della messa delle undici, e il pensiero rievocativo ha il senso della memoria e dell’affetto.

E dunque accuratamente consonante era Funerailles che Liszt scrisse nel 1849 in una iniziale versione pianistica. Si trattava di commemorare i caduti dei moti ungheresi della rivolta ungheresi contro gli Asburgo, in particolare tre eminenti personalità che pagarono l’ideale con la vita e l’esilio. Liszt costruì un pezzo dove le atmosfere cupe, sottolineate dall’indicazione “lagrimoso” si alternano con marce eroiche e ritmi funerei, fino a un finale che non è ovviamente una apoteosi, ma l’accettazione di un sacrificio di tutta una nazione.

Il successivo poema sinfonico Orpheus ha dipanato una diversa concentrazione di timbricità diffusamente cantabile, una porcellana diafana e sognante. Si aspetta il grande finale per ritrovare il grande e generoso gesto esecutivo di Falcioni sulle variazioni che Liszt scrisse su un tema della cantata di Bach BWV 12: ve lo traduciamo con un “Pianto lamento, preoccupazione e dolore”.

Il testo viene dagli Atti degli Apostoli, la musica scaturisce dalla profondità di un autore che, dopo gli ardori repubblicani e socialistici della giovinezza, è diventato il miglioro servitore della classe aristocratica austro-tedesca, ma non ha dimentico cosa l’uomo deve a se stesso e alla sua interiore indipendenza. C’è indubbiamente un omaggio a Bach, maestro dei maestri, ma della densa e fiduciosa telelologia del Cantor Liszt trae la speculare desolazione di fronte al dolore del mondo. E lo fa con senso stupefatto di rassegnazione, accettando il peso della sua croce. Falcioni maturo e meditativo come si conviene. E poi il bis, quasi una riconciliazione: il piccolo preludio corale di Brahms ricorda uno dei più accaniti detrattori della Musica dell’Avvenire propugnata da Liszt. Ma qui, sul Tamburini, si fa mediazione di pace.

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