The European Chinese Chamber Orchestra inaugura il 52° Festival delle Nazioni

di Stefano Ragni – Un festival sempre più orgoglioso che, alla sua 52esima edizione, si permette di inaugurare con una formazione cameristica. In san Domenico un concerto asciutto, quindi, ai limiti dell’austerità, soprattutto all’inizio della seconda parte, quando gli esecutori si sono stretti in formazione di quartetto. Il che sembra una contraddizione, visto che la nazione ospite, o meglio il “continente” è la repubblica popolare Cinese, ovvero un terzo quasi dell’umanità.

Quella che poteva sembrare una scelta azzardata, ieri sera si è rivelata alla fine una previsione vincente, dato l’altissimo livelli di qualità esecutiva che è scaturito dai sette esecutori presenti sul palco.

YO9nevyASobrio come non mai il presidente Giuliano Giubilei, con una prima fila di poltrone sguarnita delle consuete autorità politiche, ha sottolineato con palese soddisfazione l’originalità assoluta della presenza della Cina. E si è premurato di ringraziare non solo la delegazione dell’ambasciata cinese presente ai suoi massimi livelli culturali, ma anche e soprattutto l’artista Giuliano Giuman che ha fatto omaggio al festival del suo manifesto, un rutilante e squillante “tutto colore” che sembra una porta fiammeggiante aperta sull’infinito.

Il pubblico appare poco convinto quando entrano i baldanzosi musicisti ospiti. Li conta: sono proprio sette. Alle prime note della sinfonia del Guglielmo Tell di Rossini si avverte l’assoluta qualità del complesso. Infatti sotto la dizione di Orchestra da Camera cinese in Europa sono raccolti 5 archi e due corni che provengono dalle migliori orchestre, da Zurigo a Monaco a Lipsia a Tallin. Come dire che si è pescato nel meglio di ciò che la diaspora degli esecutori cinesi ha saputo esportare nel cuore della vecchia Europa, offrendo ad orchestre di consolidata tradizione la freschezza di ciò che un neofita sa apprendere, elaborare e maturare. Perché poi, in realtà le dita le sanno muovere tutti, sempre più velocemente, ma assimilare il respiro di una tradizione plurisecolare richiede tempi di maturazione e capacità di trasformazione. Una volta lasciati da soli, estratti dal contesto sinfonico in cui operano, questi ancor giovani cinesi hanno pienamente dimostrato di sapere il fatto loro in termini di suono, di elasticità, di scelta dei tempi.

Certo la ouverture del Guglielmo Tell se la potevano risparmiare, perché, esili come canne al vento i cinesi, fossero anche stati giganti delle Montagne Azzurre, in sette leggii non avrebbero potuto riprodurre niente del soffio della tempesta alpina che sconvolge i protagonisti dell’epopea della lotta di liberazione elvetica dal giogo degli Asburgo. Una immensa partitura con cui Rossini seppe aprire le porte dell’Immenso nell’opera lirica. Apprezzata comunque la forbitezza di un linguaggio che non ha fatto sconti a eleganza, abbiamo seguito i sette cinesi nel successivo passaggio, il sestetto op. 81b di Beethoven. In questa produzione giovanile, che non nascondaescatti di impazienza e una accentuata ansia di successo, il giovanotto renano aveva profuso tutto quel che sapeva del magistero degli antichi maestri di cappella italiani, a cominciare dal suo insegnante Luchesi. In una sorta di Divertimento per due corni e archi i due strumentisti a fiato, Xiaoming Han e Ye Pan (Deutsche Radio Philarmonie e Eeesti Riikl Sümfooniaorchester) hanno evidenziato una straordinaria purezza di suono e una abilissima capacità di emissione, cantando a più non posso con gioia e vigore. Il tutto sorretto dalle competenze messe in atto dagli archi, plastici, incisivi, pungenti.

Torna alle sue origini il festival del professor Angelini, indimenticato, ossia la musica da camera, quando Xiaoming Wang, Oi Zhou, Wen Xiao Zheng e Yao Feng si dispongono in quartetto, i primi tre in piedi, per intonare lo scatto prepotente del Quartetto op. 74 n. 3 di Haydn. Musica di riflessi londinesi, bagliori del fuoco massonico del committente, ansia di libertà di un musicista in cerca di riscatto sociale, riflessi dello spirito dell’educazione roussoiana a una comunità civile di giusti ed eguali. Soprattutto nel finale c’è veramente l’orgoglio di un musicista che sa di essere alle soglie di un Mondo Nuovo, il cui aroma si era già diffuso nel Lento centrale, una stellare contemplazione di remoti mondi migliori.

Un breve siparietto di matrice maoista, il canto contadino di Jing-Ping Zhan strappa alla ascoltatrice della fila precedente un commento del tipo: Oh, sì, finalmente questo è carino! E poi il finale, nobilissimo, con le stonature dei corni in partitura, dello Spasso Musicale KV 522 con cui Mozart volle firmare un lavoro bruttino e inutile. Oggi lo si suona per i concerti alle scuole medie. Ma forse all’epoca si poteva scherzare solo così. Resta intatta la eccellente qualità dei musicisti, e si premia la stesura di una proposta che ha aperto il festival nel modo migliore.

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