Ennio Cominetti all’organo di Sant’Ermete di Brufa

di Stefano Ragni – Ci sono tante storie da raccontare intorno a questo prezioso organo della chiesa di Sant’Ermete di Brufa. Innanzi tutto il fatto che non è nato qui, ma proviene da un’altra situazione. E poi, prima, stava nell’abside, mentre ora è in una cappella laterale. E poi la mano, anonima, ma certamente di scuola umbro-marchigiana di pieno Settecento. Forse con qualcosa dei Morettini, che, più recentemente, avrebbero sistemato le canne con le tipiche mitrie.

Quel che è certo è che, come lo ha suonato Ennio Cominetti due sere fa, l’organo merita ogni attenzione da parte della comunità brufana: i necessari interventi atti a riportarlo al pristino splendore sarebbero opportuni per valorizzare un manufatto che, con la sua voce, può ancora narrare la storia di un paese che ha tutto per essere felice. In tal senso, forse va vista la presenza al concerto del sindaco Eridano Liberti e del presidente della Pro Loco Feliciano Martinelli: solo una comunità compatta e motivata può farsi carico, anche sulle proprie spalle, del progetto di affiancare la voce del passato alle moderne sculture che punteggiano il grande spazio collinare, unendo nel medesimo arco temporale le emergenze artistiche che fanno di Brufa un centro di eccellenza ambito da tanti.

 Cominetti, magnifico organista lombardo, studioso e cultore di discipline legate all’evoluzione dello strumento a canne, ha saputo presentare con molta efficacia il suo programma. Ha cominciato con un breve, ma efficace excursus sulle differenze tra organo cattolico e strumento dei Riformati. Poi ha parlato della regionalizzazione dei manufatti italiani, per sfociare nei prodotti dei Serassi, i primi ad avere una struttura chiaramente orchestrale. Questo piccolo anonimo organo di Sant’Ermete accompagnava solo i canti della Messa e probabilmente non aveva neanche il leggio: chi lo suonava non andava oltre i Kyrie e i Salmi, Forse, con specifiche stanghe, lo si portava anche in processione, sistemato su un carretto.

Al momento di suonare Cominetti ha scelto in apertura una Toccata di Alessandro Scarlatti, con quel tanto di Arcadia rievocato da un palese canto degli uccelli, imitato anche nelle sezioni della fuga finale. Sotto queste mani esperte lo strumento non solo regge bene, ma evidenzia anche una bellissima voce, non imbolsita dal tempo. Il maestro aveva chiesto raccoglimento, come se fosse un momento di devozione, magari con candele accese. Non ha fatto in tempo a dirlo che monsignor Piccioni si è precipitato sull’altare maggiore, fuoco in mano, per accendere i tre ceri che lo ornano. Ora eravamo in clima e, confortati dalle spiegazioni dell’esecutore, ci siamo goduti due Sonate di Gaetano Valerj, organista della basilica del Santo a Padova. Mozart certamente ha conosciuto e apprezzato la sua produzione, soprattutto quella Sonata in fa maggiore, col flautino di 4: stonato quel che basta per confermare la necessità del restauro. E’ la volta poi di Niccolò Zingarelli, che, alla santa Casa di Loreto, fu anche maestro di Morlacchi. Un pezzo nel più tronfio stile operistico, come voleva la moda di primo ottocento, tanto per destare le ire dei benpensanti, che sentivano lo spazio sacro invaso dalle cabalette, Monaldo Leopardi per primo. Con buna pace di tutti, si continua addirittura con una silloge di danze della Rinascenza francese adattate dallo stesso Cominetti. Poi è la volta della rubiconda orchestra rossiniana, con le musiche di Pietro e Giovanni Morandi, padre e figlio. Giovanni, nato a Pergola e morto a Senigallia rappresenta quel ceto medio di musicisti che operavano in provincia, un occhio alla liturgia e uno al teatro. Fu sua moglie, Rosa, ad aprire la strade dell’esordio veneziano del diciottenne Rossini; cantante, era amica e collega di sua madre, Anna e quando si presentò l’occasione non si tirò indietro. E fu l’esordio con la Cambiale di Matrimonio. E poi una “Benedizione del Venerabile”, ossia l’ostensione al Vespro: oggi possiamo rimanere sconcertati, allora si faceva così, anche alle Roncole di Busseto, dove il giovanissimo Verdi ansimava sull’organino della parrocchia suonando le medesime palinodie da belcanto.

La chiarezza con cui Cominetti ha illustrato il suo concerto l’ha usata anche per suonare, con eleganza ed efficacia. Ci si augura che si possa presto annoverare anche lo strumento di Brufa tra i “Cantantibus organis” con cui, nel secolo scorso, monsignor Casimiri, gualdese, musicista di curia vaticana, caratterizzava la sua terra. Tra poco monsignor Piccioni celebrerà i suoi cinquant’anni di sacerdozio e e la sua comunità potrebbe fargli un graditissimo regalo.

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