Festival delle Nazioni, chiusura con la Quinta di Ĉajkovskij

di Stefano Ragni – Ieri sera, a san Domenico, nell’Andante cantabile della Quinta sinfonia di Ĉajkovskij entra la voce del corno, un suono tondo e polposo come la bonaria faccia di una luna piena: il timbro penetrante dell’oboe lo contrappunta, sottile come un giunco. Poi la melodia scende sul clarinetto, e rotola sul fagotto. Poche battute di idillio, poi il tema si sfalda e si sbriciola sui violoncelli. E da qui si innalza una di quella travolgenti melopee con cui Ĉajkosvkij, un volta che lo senti, ti avvince per sempre.

Quando un’orchestra suona così vuole dire che è nel perimetro dei grandi organismi sinfonici, e il complesso di Shenzheen mostra di avere le carte in regola per non temere alcuna competizione. Si potrebbe dire che manca la tradizione, ma visto che ormai tutto il mondo accelera verso l’omologazione, è lecito parametrare anche la riproduzione del repertorio ottocentesco valutandone solo il criterio dell’alta qualità. E di eccellenze questa orchestra che chiude il 52esimo Festival delle Nazioni ne aveva molto, a cominciare dal suono compatto, lucente, ambrato. Benedetta nel 1997 da una presenza alla Filarmonica di Berlino, l’orchestra accompagna da allora il lento cammino della Cina verso la democrazia con tournée in tutto il mondo E poi un magnifico direttore, Lin Daye, che concerta con solida sobrietà, non gesticola, interviene solo dove occorre e si gode l’impasto corposo e ben articolato degli ottoni, squillanti, dei legni, penetranti, degli archi che sono un seta carezzevole. Oltretutto, e questa sta diventando una cosa rara, riesce a far suonare i suoi musicisti, che sono più di novanta, anche sulle dinamiche del piano e del “pianissimo.”. Con il palco allargato e l’abside libera il san Domenico ha risposto meglio che con la Regionale Toscana, ma l’acustica va considerata ancora provvisoria.

All’inizio del concerto, dopo che il pubblico continuava a entrare rumorosamente e pigramente senza accorgersi che l’intera orchestra era già schierata sul palco, in rigoroso nero-frak, c’è stato il lungo cinguettare del sindaco, del presidente, del direttore artistico che hanno invitato a parlare il console cinese di Firenze. Che ha afferrato il microfono urlandoci dentro qualcosa, che è stato subito tradotto dall’interprete. Non erano minacce, ma solo l’augurio bonario che la Cine si espanda sempre più anche con la sua musica.

E se c’è qualcosa che questo magnifico Festival ha saputo dimostrare è che la Repubblica Popolare, che tra poco festeggerà i suoi settant’anni, non è tra noi, ma è parte di noi. Con la carica energetica di chi si vuole allineare ai potenti, trasformando un paese di tradizioni contadine in una delle superpotenze, sgomitando a più non posso. Ma nella musica i conti si fanno su criteri di eccellenza e di qualificazione, cosa che, a sentire questa orchestra e i suoi pianisti, la Cina sa fare egregiamente.

Siamo grati al festival e alle sue intuizioni di averci proposto non una delle lande di un’Europa ormai estinta, ma un “continente” in avvicinamento; non in urto, speriamo, ma in positiva competizione e fattiva collaborazione.

Certo, con un pianista così, è dura anche per le migliori tastiere americane: il giovane Jieni Wan ha sostituito senza tante spiegazioni la prevista interprete della serata. Si è buttato sul Fabbrini in pedana e ha snocciolato, una dopo l’altra, le 24 variazioni che Rachmaninov, nel 1934, stese sul tema dell’ultimo Capriccio di Paganini. Tecnica implacabile, ma è quello che occorre, un suono traslucido, qualche timbro ovattato dove occorre. Questo ectoplasma che lo stesso autore suonò sotto la direzione di Stokowski (quello di Fantasia) è uno spericolato gorgoglio di prodezze virtuosistiche, percorse senza senso dell’umorismo, Tanto da infilarci anche il tema del Dies Irae, per ricordarci le origini diaboliche del grande violinista genovese. E poi il bis, una caramella dal sapore pungente.

Il concerto, in effetti, si era aperto con un autore di riferimento della musica cinese: Qianyi Zhang. La sua My Motherland, due soli movimenti, per fortuna, è strettamente legata alle celebrazioni del settantesimo di cui si è detto. L’assimilazione del modello sinfonico europeo vi si lega alla forte tradizione del canto popolare, in un plesso di feel-good, quell’ottimismo da musica di centro commerciale che non impegna troppo cervello e cuore. Tutto va verso il mondo migliore, attraverso la adozione di una “ingenuità sentimentale” del Rousseau Educatore (il filosofo, ovviamente) con consumata capacità di alternare stati d’animo mai problematici: fremiti i violini, ampie melodie, squilli di ottoni. Speriamo che da questo amalgama emerga prima o poi il millenario pensiero dalla vera musica cinese di formazione confuciana.

Chiusura con la Quinta di Ĉajkovskij con pienezza di sensazioni e piena soddisfazione per quello che si ascolta. Ad abside scoperta, l’ombra del Crocefisso si staglia sul fondo e sovrasta tutti.

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