Col sontuoso suono del violoncello di Enrico Bronzi si è inaugurata la Sagra Musicale Umbra

di Stefano Ragni – Col sontuoso suono del violoncello di Enrico Bronzi si è inaugurata ieri sera la Sagra Musicale Umbra giunta alla sua settantaquattresima edizione. Sul Sagrato della basilica superiore di san Francesco non eravamo poi in molti. Soffiava la tramontana di nord-est a più di trenta nodi, tagliente e capricciosa. Con folate che scompaginavano gli spartiti dell’Orchestra da Camera di Perugia schierata sull’unica concavità resa possibile dalla piazza: leggii incatenati a terra con nastro adesivo e vento veramente satanico che ululava sui microfoni con uno sconcertante effetto-karaoke.

70229285_10218023992585066_7227184903983464448_oMa con la metereologia non si discute e questi sono i pericoli quando si programma un evento all’aperto: realizzato qualche giorno prima sarebbe stato accarezzato dagli zefiri che rendono il tramonto sulla Valle Umbra una delle cose più belle che la nostra regione sa offrire.

69772445_10218023987584941_7896872199233994752_oIl tema scelto da Bronzi il neodirettore della Sagra era semplicemente suggestivo: ricreare su uno dei luoghi più cari alla Cristianità un momento di abbraccio storico con l’ordine monastico che ha portato nel mondo la parola del Santo Serafico. Con precedenti storici che, nelle sue preziosa note di programma, Andrew Starling ha saputo rievocare con precisa documentazione: qui, nel Sagrato, una Sagra Musicale Umbra del 1962 con una rappresentazione popolare su Giovanna d’Arco, Hindemith a Perugia nel 1948, ’53 e ’63, il coreografo Leonide Massine, ancora alla Sagra nel 1952 e nel ’63, per uno dei più riusciti spettacoli del festival degli anni d’oro, la Laudes Evangelii di Valentino Bucchi.

Tutti grandi nomi della storia che Bronzi ha saputo raccogliere nel suo cappello magico, rivivificandoli in una proposta che avrebbe dovuto valersi, tempo permettendolo, delle magiche suggestioni del luogo architettonico più idonee a contenerli. Al centro zenitale del concerto infatti era collocata la suite “Nobilissima Visione” che Paul Himdemith, musicista esule dalla Germania nazista, aveva scritto ispirandosi agli affreschi di Giotto nella cappella Bardi a Santa Croce di Firenze Era il 1938 e il balletto che ne scaturì andò in scena a Londra col Ballet Russe di Montecarlo e Leonide Massine come protagonista. “Danza-leggenda”: così Hindemith definì il suo lavoro, assegnando a san Francesco la parte più aerea e volatile della sua meditazione sul sacro. Ballare, volare, fasi creature dell’aria, come momenti estremi della delirante predicazione dell’uomo che parlava agli uccelli.

70370485_10218023991025027_2837745631894700032_nLa compagnia scelta da Bronzi per riprodurre i tre momenti della suite hindemithiana, quattro ragazzi per le coreografie di Nicola Galli, ha scelto di ballare a piedi nudi su una specie di cerchio collocato davanti al portale, con l’unico risultato di farsi vedere solo dagli spettatori delle prima file: gli altri o si alzavano in piedi, o coglievano il gesticolare delle mani. A un certo punto appare un grande drappo bianco, emblema di quelle compagnie di ventura che funestavano l’Italia di allora.

Moto del corpo come slancio spirituale dell’animo umano, vigorosi abbracci corali per ripercorrere e incarnare le orme di san Francesco in un atto di pietas ispirato al ciclo pittorico di Giotto”: queste le dichiarazioni programmatiche di Galli. Il cerchio in terra era l’esito del profondo legame tra “uomo e natura”.

69897411_10218024036866173_2649995766524805120_oMusicalmente la suite, funestata dall’amplificazione che è sempre nemica del suono, è stata realizzata in maniera eccellente da un’orchestra da camera perugina ampliata, ben amalgamata e seriamente concentrata nella riproduzione di una musica che, differenza di altri lavori di Hindemith, tende, per necessità programmatica, alla serenità e alla leggerezza.

Il momento più bello del concerto è stato quando Bronzi, con naturalezza sovrana, ha imbracciato il violoncello che aveva precedentemente collocato a terra, accanto al podio, per imbracciarlo e suonare la Trauermusik dello stesso Hindemith: musica resa smagliante dal suo arco, anche se l’assunto programmatico era una testimonianza umana per la morte di re Giorgio Quinto: il suono della viola dello stesso autore e l’inserimento, nel finale, del corale “The old Hundredt”, nel 1936, assicurò, alla musica il favore del pubblico anglicano. Pagina di raro ascolto, nella versione per violoncello di Bronzi ha acquistato, se possibile, anche un colore morbidamente appassionato.

69963910_10218024022265808_5449850449609883648_oA ridosso delle due presenza hindemithiane, un dittico Wagner-Liszt. Del secondo l’Angelus in versione per archi che risulta anche più bruttino dell’originale pianistico. Il Wagner dell’Idillio di Sigfrido costituiva la prova più impegnativa per il Bronzi direttore e per l’orchestra perugina. Musica sensuale, irrorata di atmosfere del’opera omonima dedicata al figlio appena nato che si accollò anche il fatidico nome, l’Idillio ha una tale trasparenza che non merita una esecuzione all’aperto, con microfoni ululanti. Ci aspettiamo una nuova versione, magari nel nostro auditorium di san Francesco al prato, per apprezzare meglio il suono dei cameristi perugini, già intuito comunque in questa versione assisiate, e soprattutto la direzione di Bronzi, due mani che si agitano nello spazio con efficace disegno di linee espressive evocatrici dei graffiti acustici che gli strumentisti suonano. E’ anche una bella visione plastica offerta da un musicista straordinario, dotato di qualità semplicemente prorompenti.

    (Foto di Adriano Scognamillo)

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