La Sagra in piazza IV Novembre con i cantori Georgiani

di Stefano Ragni – Uno spettacolo che fa concorrenza a Umbria Jazz. Quanto meno sui volumi amplificati a dismisura, tanto da sentirli più con la pancia oltre che con le orecchie. Proprio come accade in discoteca.

70013355_10218032588879968_4157775423406604288_oIeri sera sulla parete occidentale della cattedrale un magnifico rilievo elettronico: finestre che non esistono modellate con eleganza gotica, schiaffaggiate anche loro da un vento insidioso che non ha nessuna intenzione di smetterla di disturbare una Sagra Musicale Umbra che sta andando, forse di conseguenza, a gonfie vele. Il pubblico fidelizzato si siede su una manciata di scomodi scanni: gli altri, a centinaia, aggrappati ai bordi della Fontana Maggiore e sulle scalinate della Sala dei Notari. Karmachina, noto studio milanese di multimedia design proietta sulla fiancata di san Lorenzo un “Viaggio in Italia, ethnomusic video mapping”, tante immagini sonorizzate di un percorso tra arte e documentazione antropologica. Con la musica assordante che si diceva scorrono le immagini di alcuni tra i più bei dipinti della Pinacoteca perugina, del museo dell’Opera del Duomo di Orvieto, del Sacro Convento della Basilica di san Francesco di Assisi, il tutto correlato, con scarsa consequenzialità, con immagini del mondo del lavoro di un’epoca in cui, in Italia, c’erano ancora mondine, spaccapietre, fenditori di fieno, massacratori di tonni. Le musiche, distorte dall’amplificazione, sarebbero suggestive, perché si tratta di reperti desunti da archivi specialistici: sono lacerti, ma intonano una pietas ancestrale e profonda, radicata in zone oggi antropizzate. La Puglia (Martano), la lIguria (Ceriana), la Campania (Summa vesuviana), il Friuli, la Sardegna, la Calabria, la Lombardia e la Sicilia di Montedoro. Sono spezzoni frammentati che si imparentano magnificamente quando vengono sgranati, o meglio schizzati sulla parete i fondi oro di Benozzo Gozzoli, Signorelli, Beato Angelico, Gentile da Fabriano, Perugino, il Pinturicchio.

70322787_10218032584239852_3207926268976693248_oUn raggio di cultura nelle tenebre dell’oggi, solo che si abbia la capacità di collocarlo in un contesto che non sia una piazza: tenere musica a sballo e lanciare come proiettili immagini colorate sembra un mezzo atto a facilitare la comprensione di contenuti. Ne siamo perplessi. I perugini, comunque, se lo vedranno tutte le sere dopo le ventidue, almeno fino al termine del festival. Speriamo che tanto spiegamento di mezzi serva a qualcosa.

70462680_10218032594840117_1094373012938948608_oFinito il boato amplificato ecco finalmente l’anima della serata, i cantori georgiani del Basiani Ensemble, complesso di stato di canto popolare. Sono tredici, hanno un coordinatore, Giorgi Donadze, e vestono una lunga tunica amaranto, con stivali e pantaloni neri. E sono fieri. Il loro ambasciatore, seduto in prima fila, Konstantine Surguladze, ha certamente il compiacimento di condividere con la formazione vocale il fatto che l’Unesco abbia dichiarato il canto georgiano “patrimonio immateriale dell’Umanità”. La Georgia è l’antica Colchide e il suono che si amalgama dai timbri di questi autentici guerrieri della voce, viene da molto lontano. Strabone faceva iniziare la Colchide da Trebisonda. Li’, già dal XII secolo avanti Cristo esisteva un popolo georgiano. Per i Greci raggiungere la Colchide voleva dire affrontare “il viaggio più lungo”. Apollonio Rodio, nel IV secolo prima di Gesù scrisse una storia che in molti abbiamo studiato a scuola: Giasone, Orfeo, gli Argonauti, Medea, i giganti che uscivano dai semi della terra, il “vello d’oro”. Dal 1991 la Georgia, regno cristiano già dal quarto secolo, è repubblica sovrana che non manca di inviare annualmente qualche studente all’Università per Stranieri.

70344686_10218032621000771_2073640945294770176_oAscoltare questi vigorosi cantori è stato un vero tuffo nel passato della più ancestrale cultura europea. Asserragliate tra montagne che di media raggiungono i tremila metri, queste orgogliose popolazioni lavorano cantando, pregano cantando, guerreggiano cantando, e cantando muoiono.

70589523_10218032588039947_4366905528601804800_oDal 1811, anno dell’annessione russa, i georgiani fanno del loro canto un carattere distintivo della loro indipendenza. Hanno resistito alla assimilazione zarista e alla cancellazione della memoria operata dai sovietici grazie alla loro musica. Operazione condotta inizialmente da un personaggio eccezionale, il cantante d’opera Filimon Koridze che, dal 1911, mobilitò per anni monasteri, chiese e scuole alla ricerca di documenti sonori da sottrarre alla distruzione. E lo fece rinunciando ai successi che mieteva alla Scala di Milano e al Metropolitan di New York. Nel 2011 il patriarca georgiano di Tbilisi lo ha fatto santo: il primo santo “etnomusicologo”.

70242703_10218032592600061_6655954640162521088_oConoscere questa storia dalle fasi drammatiche (ricordate, per favore che Iosip Stalin era georgiano, ma non fece sconti al suo paese) vuol dire apprezzare quel che di fantastico è uscito dalle gole di questi vocalisti, che hanno sfidato venti e correnti per scolpire nell’aria questi canti dorati, feroci, ma anche morbidi, amorosi, ma anche marziali. La polifonia che ne scaturisce, quando si organizza a livelli, è molto simile a quella dell’Ars Antiqua europea, ma se mormora in omofonia è plastica come un canto delle nostre valli alpine. Diciotto i momenti incisi sulle pietre levigate della nostra chiesa Madre, spettatrice, un paio di secoli fa di una delle più belle scene di un romanzo di Hawthorne, mai comunque accarezzata da tanta sontuosità. Un canto di brindisi, all’inizio, tanto per ricordare una eccellenza georgiana, il vino rosso, già celebrato dagli Elleni. Poi una canto di viaggio e una intonazione amorosa, ancora, una danza in cerchio. L’immagine della Vergine Maria, il Giambo della Santa Vergine che inneggia a Lei come “Tu sei un vigneto”. Un suggestivo “Davanti alla tua croce ci inchiniamo” prelude all’Introito della Natività”, “Fuori dell’utero”.

70781964_10218032611480533_3409570813110648832_oAl numero 12 il prodigio dello jodel, del tutto simile a quello alpino: una sbalorditiva voce gorgogliante che si avvita prodigiosamente su se stessa. Eccitante.

71248334_10218032637041172_51179560443576320_oArrivano poi una cornamusa e un panduri, un liuto risonante: ora si stacca anche un danzatore e volteggia verso il pubblico, facendo gli scalini a quattro per volta. Il successivo Chakralo, un brindisi, fu inviato nel 1977 nello spazio. La Nasa lo considerò uno dei capolavori della civiltà terrestre. Si chiude a malincuore con un canto di zappatori: nella regione del Guria, uno dei tanti microcosmi che compongono la Georgia, sarebbe considerato maleducato lavorare la propria terra senza intonarlo: è a quattro voci, è antifonale ed è molto sofisticato. Il direttore artistico Enrico Bronzi, che all’inizio del concerto era apparso in cima alla scalinata, microfono in mano, con un effetto ambientale suggestivo, ha veramente creato, con Basiani, un momento spettacolare di fortissimo impatto.

 foto di Adriano Scognamillo 

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