Complesso Muzsikas e Orchestra da camera di Perugia in una trascinante simbiosi a San Bevignate

di Stefano Ragni – Le Danze Rumene di Bartok le conosciamo tutti e molti di noi le suonano. Ma mai come ieri sera, in san Bevignate, abbiamo potuto seguire il percorso tra l’enunciazione popolare e la rielaborazione colta, una osmosi che è stata uno dei più bei momenti di accrescimento culturale di questa Europa che si appresta ormai a polverizzare la sua storia con la stessa modalità che travolse l’Impero Romano.

70536238_10218079089922465_4498436909176979456_oIn una singolare giornata ungherese che ha avuto nell’etnomusicolgo milanese Nicola Scaldaferri il suo competente regista, la Sagra ha ripercorso quel processo che, nel primo ventennio del secolo appena consumato aprì alla musica accademica lo scrigno del deserto dei Tartari. Tutti abbiamo studiato di Bartok e di Kodaly che dal 1905, fonografo nello zaino, cominciarono a percorrere tutte le lande della grande Ungheria, il che voleva dire anche la vastissima Transilvania, oggi frantumata tra quattro stati. La tecnologia consentiva ai due sodali di registrare le voci dei contadini che si esprimevano in un linguaggio sonoro a cavallo tra oriente e occidente, tra Sarmati e Unni, tra impero zarista, immenso, impero turco, ancora minaccioso, e impero asburgico, quello di Brahms e di Mahler. Con una componente anatolica di non poco conto. La metabolizzazione di una tradizione antica, appartata, vissuta alla periferia dell’Europa della grande cultura consentì una travaso di modalità acustiche irrrorate di un nuovo spirito. Rimasto legato alle figure dei due grandi padri fondatori, il processo non ha prodotto certo una grande rivoluzione dei linguaggi accademici, né si è caratterizzata come una strada alla modernità, ma che comunque si è stabilizzato nella moderna Ungheria con efficaci propaggini in due autori come Ligeti e Kurtag, che non sono certo musicisti minori.

70781503_10218079101882764_6657297899774279680_oDio questo ha voluto parlare la Sagra di ieri sera, realizzando un concerto che si è valso di uno dei più importanti complessi strumentali ungheresi di tradizione contadina, i Muzsikas, appunto. Due violini, Sipos e Porteleki, il multiforme Peter Eri, con viola, flauto lungo, mandolino e Daniel Hamar che imbracciava, alternativamente, contrabbasso, gordon e tamburo. La voce di Maria Petras, romena della minoranza Csàngò, assicurava quel suono veridicamente etnico mutuato dalla personale appartenenza al frammentatissimo mondo dei Balcani.

70000556_10218079086602382_3569134508923944960_oIntrodotto dall’immancabile Bronzi-pensiero, una premessa ormai graditissima al pubblico, il concerto è iniziato con una storica registrazione del 1906 tratta dall’Archivio Bartok. E qui si deve probabilmente ringraziare l’altissima competenza di Scaldaferri. Poi Eri si è fatto avanti col suo lunghissimo flauto, un tubo che toccava praticamente terra, e ha suonato una melodia da pastore di struggente bellezza. Ed è poi cominciato l’intarsio con l’enunciazione della prima Bagattella di Ligeti per cinque fiati. Che erano i bravissimi Claudia Bucchini, Frondini, Zarba, Franceschelli e Fraticelli, un corno da invidia. Ritorneranno i cinque, nel corso della serata, per riprodurre gli altri intarsi delle Bagattelle. “Ugros” della Transilvania, Czardas, canzone del mulino sul Danubio dei Muzsikas, poi un inserto solistico del violoncellista Vladimir Bogdanovic, un allievo di Bronzi, che ha magistralmente eseguita la Sonata di Ligeti. Danze di Bekas, e balli della Moldavia, con Maria Petras in sgargiante abito contadinesco, Bagattelle dei fiati. L’atmosfera si accende, il pubblico si fa fremente. Plana su una platea surriscaldata la silloge dei Muzsikas, improvvisazioni guidate su ritmi ungheresi, tzigani, rumeni e quante altre popolazioni del corno d’Europa si accanivano sui loro strumenti per cantarvi il furore, la miseria, l’amore e la guerra. A ben considerare si tratta poi dello stesso stilema ripetuto all’infinito: musica che sembra sempre uguale, arricchita dalla straordinaria accelerazione che le imprimono gli esecutori.

71120130_10218079094682584_1553280428746473472_oOgni tanto dall’Orchestra da camera di Perugia si leva qualche accordo, e Bronzi, col suo violoncello, suona in tutta umiltà con i musici perugini. Ma ogni volta che tocca le corde la vibrazione è solo la sua.

70641544_10218079089282449_4455024599519723520_oGran finale, da fuochi d’artificio, finalmente con le Danze Rumene citate. I Muzsikas si aprono a ventaglio, poi si ritirano: loro suonano i temi come vuole la tradizione e l’acustica popolare, l’orchestra risponde con la versione accademicizzata. Si infila anche il flautone di Eri per annunciare il Pe Lac, la terza danza. Ora non bastano le mani per applaudire e la chiesa dei Templari risuona di un boato di consenso che si augura a ogni manifestazione del genere.

  (foto di Adriano Scognamillo)

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