Bello “Il Barbiere di Siviglia” diretto da Paolo Rossi

di Stefano Ragni – «Ho visto il Barbiere per la seconda volta. Ho ormai viziato a tal punto il mio gusto, che questo Figaro di Rossini mi piace infinitamente più delle Nozze di Mozart».
Non è questione di primati, ma quando il grande filosofo Hegel scriveva da Vienna a sua moglie, sanciva, nell’autunno del 1824 il suo ingresso nel fan-club degli ammiratori di Rossini.
Tanto entusiasta da porlo anche all’interno della sua monumentale “Estetica” come paradigma del “comico assoluto”.
L’ammirazione del massimo filosofo tedesco è stata rivissuta ieri pomeriggio dal pubblico del Teatro Nuovo di Spoleto, una platea piena e galvanizzata sin dalle prime battute della Sinfonia, da un direttore, Salvatore Percacciolo, che ha impresso alla sua concertazione una tinta elegante, misurata, cordiale.
Con la conseguenza che sul palcoscenico tutto è filato liscio: l’orchestra ha suonato benissimo e, per la prima volta forse nella recente storia dello Sperimentale, non ha sovrastato le voci, conservando un plastico equilibrio.Adottando la regia di un artista del calibro di Paolo Rossi lo Sperimentale ha voluto affidare le sue giovani voci a un demiurgo della comicità, capace di trarre spunti di novità anche da una vicenda consacrata ai vezzi e ai vizi della storia dello spettacolo.
  Con la conseguenza di far sparire le vecchie case di Siviglia che neanche Dario Fo aveva avuto l’animo di eliminare.
Adottando quattro casupole da terremotati, completamente senza pareti, con tre luci al neon, la prima giornata della trilogia di Beamarchais ha acquisito una consistenza del tutto attuale. Anche il fronzoluto don Bartolo è diventato un omaccione da femminicidio, con canottiera in evidenza su una brutta giacca da pensionato esodato. La barbaccia era quella di un buono a niente, un ozioso in cerca di reddito di cittadinanza. Figaro, in pelle nera, capelli imbrillantinati, un ragazzaccio da Gomorra, accompagnava un conte di Almaviva più sfigato di lui.      Solo Rosina conservava qualche parvenza primo Ottocento, salvo poi a sfoderare, nella sua celebre cavatina di malizia una guepière mozzafiato. Il don Basilio, abate e musicista, è entrato in bicicletta, vestito da prete secolare, basco alla don Matteo, tanto per citare una presenza spoletina cara al pubblico della tv. Le scene erano di Andrea Stanisci e i costumi di Clelia de Angelis.
  Con questa figuratività che poteva solo suscitare buon umore, la regia di Paolo Rossi è stata molto cauta, insinuandosi con cautela tra le pieghe di un racconto portato alla realtà dei nostri giorni. Come quando il don Bartolo di Luca Simonetti, probabilmente il migliore della compagnia, si è messo a smaniare come un rapper, movimenti convulsi e dita aperte come le chele di un granchio. Qualcosa che non si era mai visto e che ha costretto l’ottimo cantante a uno sforzo sorretto da una tecnica di ferro, data oltretutto la consistenza del ruolo del balordo tutore in tutta la seconda metà del primo atto, Ricorrendo a un mimo di eccezione, il siderale Jacopo Spampanato, Paolo Rossi si è creato un ottimo raccordo tra interno ed esterno della narrazione, spedandolo anche tra il pubblico a corroborare il compulsivo “Buonasera mei signori” del don Basilio di Antonio Albore.L’Almavia di Alejandro Escobar, ampi spazi vocali nelle zone centrali, ha suscitato una esplosiva ilarità quando si è presentato, all’inizio del secondo atto, in parrucca rossa, fasciato di nero-plastica come una improbabile ballerina. La sua lezione di musica a Rosina è stata un duetto di piacevolezze visive e vocali.Il protagonista, il Figaro di Paolo Ciavarelli, si è guadagnato una bella menzione nell’ingresso del “Largo al factotum”, conservando la fiducia del pubblico per tutto il congegno della storia. Anche per lui un allaccio felice con Rosina nel duetto dei biglietti. Lei, la dolcissima e spiritosa Susanna Wolff, quando si prodigava nelle stravaganti e spericolate colorature, era come una nuvola di borotalco, profumatissima e volatile. Una meraviglia.
   Coro dell’Otlis ridotto alle sole voci maschili, con vistosi cartelli appesi al colo nella scena della serenata, in nero da carabinieri nel finale primo. Maurizio Cascianelli era Fiorello e poi il sergente, con la silenziosa presenza del domestico, Ivano Granci.
Nella sua aria “da sorbetto”la Berta di Tosca Rousseau ha ricordato come questo minimo ruolo richieda comunque una spiccata presenza timbrica, che c’è stata.
Ora inizierà il tradizionale circuito regionale da stasera al Lyric di Assisi, poi il 26 agli Illuminati di Città di Castello, il 27 a Todi il 28 a Orvieto. Non mancate di essere presenti, ne vale la pena.

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