Il Barocco secondo Montanari e Scolastra

di Stefano Ragni – Nel 1740 un trattato francese sancisce che Barocco è ciò che è irregolare. Quarant’anni dopo Rousseau (il filosofo) crede di sapere che una musica barocca è quella “la cui armonia è confusa”. Nel dizionario di Quincy, del 1788 il termine passa da aggettivo a sostantivo e diventa una “sfumatura del bizzarro”, è l’abuso della fantasia di cui Borromini ci ha dato i più bei esempi architettonici e Guarino Guarini la più soave letteratura.Così ieri sera al San Domenico di Foligno esordisce Tomaso Montanari per l’ultima serata di Segni Barocchi. L’incontro fa parte del pacchetto che gli Amici della Musica hanno riversato sul festival fulginate, come sottolinea la presenza al pianoforte di Marco Scolastra, il direttore artistico. Montanari, massimo studioso italiano del Seicento figurativo è docente all’Università per Stranieri di Siena, e si segnala anche come cofondatore, con Anna Falcone, dell’esperienza Alleanza Popolare o del Brancaccio. Le sue pubblicazioni sono l’attestazione della presenza di Montanari nel dibattito politico sulla democrazia e i beni comuni.
Il Barocco, dunque, la vetrina delle meraviglie con cui, ancora oggi, la città di Roma stupisce i suoi visitatori, con un inimitabile schermo di palazzi, di facciate, di fontane, scalinate, cupole e porticati. Un gioco ininterrotto di prospettive che sono altrettanti “inganni”, finzioni, uno schermo teatrale permanente. Era Benedetto Croce, d’altra parte, che nel 1929 specificava che Barocco è una figura della retorica medievale, una forma di sillogismo per cui da due proposizioni, secondo un preciso dibattito formale, da due proposizioni ne scaturisce una terza, conclusiva. Ma ormai il termine Barocco era entrato nel sentire comune come dimostrazione di qualcosa di contorto, di irregolare, di attorcigliato. Come i colonnati di Bernini, sommo artista di cui Montanari ha intensamente studiato la relazione coi poteri politici dell’epoca e la relativa committenza. Il relatore senese si cala nella contemporaneità quando si riferisce a Panofski, lo studioso dello stile che ha disquisito anche sulla Rolls Royce, assegnando al termine barocco il valore di una “raffinata ridondanza”.
Nel frattempo, mentre sullo schermo del San Domenico scorrono le immagini, Scolastra ha già snocciolato alla tastiera due fluide pagine di quello che, impropriamente, in musica si definisce tardo-Barocco, ossia un bell’Haendel in fa maggiore, polposo come un salsicciotto di cui il maestro tedesco era notoriamente ghiotto, e un ascetico sonare di padre Soler, il discepolo di Scarlatti.
    La serata proseguirà cosi, con godibile alternanza, una battuta a Montanari, una sonata a Scolastra, con luci attutite e una diffusione di immagini chiare e nitide.
Molto interessante Montanari, quando, dopo aver citato Cartesio, piuttosto cauto davanti al fenomeno della “meraviglia” barocca s lui coeva, getta la carta di Paolo Conte cantore di “un gelato al limone”. Da questa canzone un verso che piace molto a Montanari: sensualità delle vite disperate”. Questa l’essenza del barocco romano, dal precursore Caravaggio, con ragazzino che mima Bacco, equiparato alla birraia delle Folies Bergères di Manet, anche lui alfiere dell’Impressionismo. E poi ci sono le figure “disperate” di Dafne del Bernini, di santa Teresa trafitta dal dolore celeste, due aspetti della medesima sensualità. E poi, ancora Montanari, c’è tutta una città che è trafitta dalla bellezza del dolore, Lecce. Ingannevole nella esteriorità che è specchio riflesso dei suoi interni, dorati al tramonto, di quella pietra che sembra intinta nel latte.
Intanto Scolastra ha svolto il suo ruolo sonando uno scatenato Scarlatti K 162 e una Passacaglia di Haendel, eseguita piuttosto svelta, proprio per toglierli quel senso di unto e di grasso accumulato dal musicista tedesco nel suo opimo soggiorno londinese. Chiude Scolastra con una magistrale versione del Ricerca su Bach di Casella.
Fioccano applausi, e insolitamente per questa circostanza, un bis.
Montanari, mentre Scolastra accarezza l’Adagio di Marcello, evoca un sogno, un “capriccio” di Roberto Longhi: un dialogo, nei Campi Elisi tra Caravaggio e Tiepolo, il primo che “caricava mirabilmente gli scuri”, il secondo tutta luminosità aerea e ariosa. Ebbene, sostiene Montanari, anche il pittore della leggerezza veneziana ha il suo lato nero (noir) la sua “Et in Arcadia ego”. Quei tardi schizzi dove maschere antropomorfe scoprono la tomba di un Pulcinella. È la rievocazione del celebre tema di Poussin, il “termine ultra quem non” del Barocco.
Ancora più applausi.

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